lunedì 9 marzo 2015

Naomi Klein


SHOCK ECONOMY


SHOCK ECONOMY
Naomi Klein
Rizzoli 2007

“E’ un libro brillante, coraggioso e terrorizzante. E’ né più né meno che la storia segreta di ciò che chiamiamo “libero mercato”. Dovrebbe essere una lettura obbligatoria.”
(Arundhati Roy)

Leggendo questo libro mi sono accorto che ciò che stavo leggendo stava anche accadendo intorno a me, in Europa, in Italia, a Monza, e mi sono rammaricato di due cose: di non aver letto subito questo libro appena uscito e che se un libro così diventasse istantaneamente patrimonio culturale di tante persone ora saremmo più forti, sapremmo interpretare le dinamiche politiche ed economiche odierne apparentemente incomprensibili e contraddittorie e sapremmo affrontare meglio il futuro; non cadremmo così negli inganni dei mediocri politici che oggi ci governano.
Di più: tutta la storia che ho vissuto negli anni ‘70, ‘80 e ‘90 oggi mi appare in un affresco complesso che gronda di verità e sangue.
Non ho mai letto “il Capitale” ma penso che quest’opera potrebbe rappresentare il “Nuovo Capitale” del terzo millennio, che racconta i genocidi finanziari, il nuovo liberismo senz’anima, la nuova ideologia del libero mercato e la mostruosa complicità fra politica e potere forte economico. E’ importante che il maggior numero possibile di persone conoscano il contenuto di questo libro anche se un po’ arido e noioso, di cui umilmente mi accingo a raccontarne il contenuto, con tutte le inesattezze ed imprecisioni di cui fin d’ora mi scuso, ma con la convinzione profonda che le idee contenute in esso potrebbero rappresentare la base di un nuovo socialismo del terzo millennio, quella strada che molti giovani da Seattle in poi, ci avevano già indicato da tempo ma che forse abbiamo per troppo tempo ignorato.


(Giuseppe Poliani, 24 dicembre 2008)

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Parte I - Due dottor shock: ricerca e sviluppo.
Tutta la narrazione, che non è un romanzo ma purtroppo è storia, parte dal giugno 2005 al grande centro d’accoglienza di Baton Rouge, Louisiana.
Naomi era riuscita a confondersi fra quei disperati di New Orleans scampati all’inondazione ed aveva iniziato un colloquio con uno sconosciuto, come se fosse un vecchio amico.

L’argomento della discussione era l’affermazione di un repubblicano concittadino di New Orleans, un certo Richard Baker, che aveva detto “siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l’ha fatto per noi”.
La catastrofe di New Orleans era cioè per alcuni politici americani quello che in genere si chiama un’opportunità, soprattutto secondo quanto teorizzato dalla famosa scuola economica che faceva capo a Milton Friedman dell’università di Chicago che con i suoi “Chicago Boys”, cioè i suoi collaboratori che divulgavano la dottrina del capitalismo radicale (come fecero in Cile negli anni ’60), faceva scuola.
In breve, essi sostenevano che la paura ed il disordine, lo shock iniziale dovuto ad un evento sono ottimi ingredienti per poter procedere con progressi nei sistemi economici e sociali (deregulation). Cile di Pinochet, Brasile, Indonesia di Suharto, Cina di Tienanmen, Russia di Eltsin, Falkland della Thatcher, l’attacco NATO in Serbia, l’Iraq di Bush, l’11 settembre di New York.
Ma la logica alla base di questa “shockterapia” opportunistica in politica economica ottenuta su vasta scala ha le sue radici in un’altra shockterapia attuata a scala di singola persona: la tortura sottoforma di shockterapia, nata negli USA durante gli anni ’50 attraverso esperimenti terapeutici, successivamente finanziati dalla CIA fino al 1961 (Prof. Camerun, McGill University) per scopi applicativi militari e strategici, riassunti nel Manuale “Kubark” (1963).
L’effetto finale di questa shockterapia, secondo Camerun, era quello di rendere la mente del torturato un foglio bianco su cui poter scrivere una nuova dottrina, ed avere massima collaborazione dal soggetto torturato annullando il suo input sensoriale e la sua memoria.
Ecco la logica di fondo del capitalismo dei disastri di oggi, quel radicalismo liberista del “laissez faire” rappresentato dalla scuola di Chicago (Friedman, Hayek, Chicago Boy e la mafia di Berkeley in Indonesia degli anni ‘60), che con continui collateralismi con multinazionali (ITT), collaborazioni e sostegno dalla CIA, ha originato e sostenuto economicamente ed intellettualmente i colpi di stato in Cile, Indonesia, Brasile e tanti altri paesi.
In Cile soprattutto tre diversi tipi di shock si sono succeduti: a quello del golpe militare è seguito quello economico e quello della tortura fisica vera e propria.
Così è cominciata la controrivoluzione globale degli ultraliberisti.

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Parte II - Il primo test. Le doglie del parto.
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Prima di leggere questo libro anche se ero ovviamente convinto, in quanto fatti storici vissuti in diretta attraverso la stampa e la televisione, avevo solo una vaga idea di come i regimi militari dittatoriali latino-americani degli anni 60-80 fossero connessi al potere economico del Nord America (Nixon, ITT, Ford, etc.) ed alla scuola economica del liberismo capitalista.
Dopo aver letto questo libro sono rimasto allibito e terrorizzato di come le due cose fossero così intimamente legate, una funzionale all’altra, ma soprattutto di come il mondo “che conta” e che sapeva, chiesa latino-americana compresa, abbia lasciato fare.
Un connubio strisciante esteso su una lunga scala di compromessi per salvare un “libero” mercato delle multinazionali e dei latifondisti.

In Cile, una volta creato il nemico (i comunisti), “caricato” ideologicamente l’esercito, eseguito un golpe come se fosse una guerra contro il male, e terrorizzata la popolazione, si poteva cominciare a creare quella tabula rasa necessaria per la controrivoluzione del liberismo della scuola di Chicago contro il keynesianismo di Allende, secondo un programma economico e finanziario (denominato il “Mattone”) predisposto dai Chicago Boys, basato su liberalizzazioni, deregulation, taglio delle spese sociali.
I Chicago Boys presero i posti nei vari ministeri ed iniziarono il “lavoro”.
Ma dopo un solo anno con un’inflazione enorme il regime dovette correre ai ripari e sulla base dei “consigli” di Friedman in persona a Pinochet ed eliminate le residue resistenze interne al governo, Pinochet e i suoi collaboratori passarono ad attuare delle privatizzazioni selvagge: una vera e propria shockterapia, in perfetta analogia con la logica di Camerun.

Conseguenza di tutto era una concentrazione della ricchezza in mano a pochi e questo non era un caso isolato: il Cile ed il suo “miracolo” economico quale descritto dai liberisti, non era altro che un anticipo di cosa sarebbe stata l’economia mondiale (come affermava Letelier, ministro del governo Allende morto in un attentato a Washington).
In Argentina nel 1976 il potere fu strappato a Isabel Peron, e poi in Brasile, Uruguay, con nuovi Chicago boys insediati nei posti chiave dell’economia e della finanza di quei paesi.
La repressione fu atroce: 30000 desparecidos, 81% dei quali fra 16 e 30 anni, in totale fra sindacalisti, uomini di cultura e intellettuali di sinistra nel Cono del sud America (Argentina/Cile/Ururguay) con la CIA che provvedeva ad organizzare i corsi di tortura e screditare i governi democratici da abbattere per spianare la strada alla libertà del mercato e coprendo le violenze come “guerra” ai terroristi, ai Tupamaros, ai Montoneros.
C’era un’armonia intrinseca tra libero mercato e terrore illimitato (Letelier).
Sono certo che il seme che abbiamo piantato nelle nobili coscienze di migliaia e migliaia di cileni non può essere estirpato definitivamente”.
Sono state le ultime parole di Allende nel suo messaggio radiofonico e nonostante la ripulitura ideologica operata dai regimi dobbiamo ammettere che non solo per il Cile ma per tutta l’America Latina Allende ha avuto ragione ed oggi il continente è nelle mani dei riformisti e sulla strada della democrazia.
Le grandi multinazionali finanziarono persino le scuole e i siti di tortura (Ford, ITT, Mercedes, Fiat, Chrysler) e contribuirono a far scomparire sindacalisti dalle proprie aziende secondo la stessa logica dei nazisti o dei Khmer Rossi, provocando in loro con la tortura il tradimento della loro stessa identità (metodo usato anche oggi a Guantanamo).
Ma la cosa più evidente ed al tempo stesso atroce da vedere ancora oggi è quello che è un reperto fossile, una testimonianza archeologica di quanto è successo: nel seminterrato di un esclusivo centro commerciale di Buenos Aires, la Galerias Pacifico, sono state scoperte delle stanze di un centro di tortura ancora con i segni delle date, nomi, richieste di aiuto sui muri.
E sulle rovine storiche di una tortura oggi poggia sicuro un edifico del libero mercato.
Ad un certo punto sembrò che questi orrendi crimini potessero ritorcersi contro gli stessi regimi ma il mondo economico rivendicava il merito della rivoluzione economica dissociandosi dai crimini e condannando le dittature.
Nonostante le denunce internazionali dell’opinione pubblica e delle organizzazioni umanitarie fra cui Amnesty International, non ci si rendeva conto della sproporzione nelle atrocità, che erano palesemente di dimensioni abnormi rispetto a quanto ufficialmente sostenevano di fare le giunte militari per garantire la sicurezza. E infatti evidente che la minaccia rappresentata dalla guerriglia di sinistra non era in alcun modo proporzionata al livello di repressione utilizzato.

E d’altra parte si denunciavano i crimini ma non si denunciavano parallelamente tutti i decreti economici che impoverivano e soggiogavano la popolazione (aumento dei prezzi, diminuzione dei salari, privatizzazioni).
Inoltre il conflitto non era limitato fra il governo e i guerriglieri: vi entravano anche la CIA, le multinazionali, il governo USA.

Le organizzazioni umanitarie, politiche o culturali (es.: Fondazione Ford; Amnesty International) procedevano sì alla denuncia ed alla proclamazione dei diritti universali dell’uomo, ma in modo asettico e “fuori della politica” senza alcun riferimento a ricchi o poveri, a deboli o forti, a Nord o Sud, multinazionali (Ford stessa !) o università implicate (Cattolica).
Si affermava che succedeva ma non si affermava perché e dove.
Non si riusciva ad arrivare alla consapevolezza che la repressione militare e l’economia liberista avviata nel paese erano in realtà parte di un unico progetto unitario, perché fare scelte impopolari economiche esigeva una forte repressione (shock) per poter attuare il piano economico.
La violenza cioè non era lo scopo unico della giunta.

Anche noi occidentali non riusciamo spesso a vedere che l’aspetto economico privato è a monte di violenze e regimi militari dittatoriali.
Parte III - Sopravvivere alla democrazia. Bombe fatte di leggi.
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Con l’avvento di Nixon alla Casa Bianca ci fu una svolta verso un indirizzo più “keynesiano”. Successivamente anche in Europa la Thatcher si era resa conto dopo un triennio catastrofico con disoccupazione e inflazione in aumento che le politiche radicali e redditizie della scuola di Chicago erano incompatibili con la democrazia e la sua popolarità era in forte calo. Nei primi anni ’80 molti regimi autoritari cominciavano a crollare: Iran, Nicaragua, Ecuador, Perù, Bolivia.
Ma nel 1982, con la guerra delle Falkland, un evento bellico violento ma insignificante storicamente (11 settimane di combattimento), la Thatcher trovò con questa vicenda la copertura politica di cui aveva bisogno per attuare il suo programma liberista.
Con la vittoria della guerra, la popolarità della Thatcher salì di molto e contribuì al suo secondo successo elettorale, oltre che a creare quella mentalità del nemico (esterno) che poi ella sfruttò per combattere il nemico (interno) che erano rappresentati dai laburisti.

In questo caso non era stato necessario il colpo di stato e le torture: era bastata una crisi interna ed una guerra come shockterapia che riusciva a coesistere con un regime democratico.
"Fu nel 1982 che Milton Friedman scrisse quello che è forse il suo pronunciamento più influente, la migliore definizione della dottrina dello shock: "Solo una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento. Quando quella crisi si manifesta, le azioni intraprese dipendono dalle idee che sono in circolo. Questa, io credo, è la nostra funzione basilare: sviluppare alternative a politiche esistenti, tenerle in vita e a disposizione finchè il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile(Pag.161).
Ecco la “teoria della crisi” .
In Bolivia la guerra economica rimpiazza la dittatura e la shockterapia economica è utilizzata per frenare l’iperinflazione e risanare l’economia della nazione. Provocare uno shock economico attraverso molteplici mutamenti economici (tagli alla sanità, prezzi del petrolio altissimo, accordi commerciali nuovi) per cui le persone restano incapaci di reagire perché non capiscono i cambiamenti. Naturalmente anche in Bolivia tutto era stato descritto nel piano economico dello stato e riassunto in un analogo del “Mattone” cileno, attuato con unico decreto esecutivo contenente 220 leggi.
Una dittatura che sembrava pulita insomma ma che di fatto attuava le stesse cose fatte in Cile (pinochetismo economico, come era stato definito dalla sinistra boliviana).
Ma pulita non era in quanto vi fu repressione molto dura contro i lavoratori che ovviamente protestarono vedendosi defraudati dei loro diritti; fu un colpo di stato civile che ispirò poi Boris Eltsin in Russia qualche anno più tardi.

Tuttavia Jeffrey Sachs, astro nascente di Harvard e consulente del governo boliviano, era riuscito a sconfiggere l’iperinflazione in Bolivia dimostrando così la validità delle teorie di Milton Friedman sulla crisi, in questo caso innescata dall’iperinflazione che quando molto accentuata può produrre gli effetti inflattivi di una guerra (come quella di Pinochet in Cile, o quella delle Falkland in Argentina). Ma a che prezzo sociale !
L’Argentina è stato un caso da manuale. Spese altissime per l’esercito, corruzione dilagante: dei 35 miliardi di US$ prestati dalla Banca Mondiale il 46% era sparito in conti esteri (in Svizzera) oppure dati in sussidio ad alcune grandi aziende quali la Ford, Chase Manhattan Bank, IBM e Mercedes- Benz.
Come se non fosse bastato nel corso degli anni si era affacciato un altro tipo di shock preso come pretesto per agire: il Volcker Shock (ndr.: non vi ricorda niente questo nome ?) originato da un aumento cospicuo del tasso di interesse negli USA che si ripercossero sui debiti dei paesi poveri (Shock del debito). L’Argentina nel 1989 aveva 65 miliardi di US$ di debiti; il Brasile passò per
questo fatto da 50 a 100 miliardi di US$ di debito, la Nigeria da 9 a 29 come pure molti altri stati africani.
E così i diversi tipi di shock si sovrapponevano nel tempo e quello del tasso di interesse si aggiungeva agli altri: in Bolivia come in altri paesi africani all’iperinflazione si sovrapponeva il repentino calo dei prezzi di generi di esportazione con danni seri per l’economia del paese

.
Ecco la teoria della crisi: creare le circostanze nelle quali i governi di questi paesi in difficoltà avrebbero seguito con attenzione, pressati dall’emergenza, i consigli degli economisti liberisti.
Ma perché tutto questa logica trasversale dai regimi alle torture e repressioni agli shock economici ?
Per stroncare con la dittatura del debito orchestrata da Washington la nascita in Sudamerica o altrove dell’economia dello sviluppo.
Come L’ONU, la WB (1944) ed il FMI (1950) furono istituiti dopo la seconda guerra mondiale con lo scopo di aiutare la ricostruzione ed evitare disastri economici come quelli passati (1944, accordi di Bretton Wood: politiche economiche di mediazione e finanziamenti a lungo termine per i paesi poveri); ma la loro missione fu disattesa progressivamente con il tempo fino ad arrivare nel 1989 al ad un nuovo accordo, il “Washington Consensus” stipulato fra WB, FMI, WTO e Washington, che stabiliva i criteri minimi indispensabili per mantenere la stabilità economica in uno stato (privatizzazione, deregulation, libera circolazione dei capitali).
Fu in questi anni che J. Stiglitz, a capo della WB, si oppose come keynesiano convinto a questi cambiamenti, che portavano il FMI invece che ad aiutare i paesi in difficoltà a proporre loro vari programmi economici tipo il “Mattone” cileno o il decreto di 220 leggi boliviano, per obbligarli a rispettare i suddetti criteri economici stabiliti nel Washington Consensus.
Vuoi salvare il tuo paese, dicono il FMI e la WB ? Vendilo provocando una crisi, è l’unica via d’uscita, ripetevano. (Così è stato in Argentina, con il piano economico del ministro Cavallo).
Ma il processo continua: crisi della tequila nel 1994 in Messico, crisi asiatica nel 1997, collasso brasiliano e russo nel 1998.

E’ il capitalismo dei disastri globale.
Parte IV - Lost in transition. Mentre piangevamo, mentre tremavamo, mentre danzavamo.
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Prima della caduta del muro di Berlino in Polonia il sindacato guidato da L. Walesa aveva iniziato le proteste contro l’aumento dei prezzi ed aveva raggiunto qualche risultato importante, dopo essersi affermato nei cantieri, miniere, fabbriche: aveva lottato per i 5 giorni lavorativi anziché 6.
Pian piano
Solidarnosc non diventava solo un potente sindacato che rivendicava diritti e democrazia oltre che partecipazione ma anche un movimento rivoluzionario che aspirava a rovesciare lo status quo con un proprio progetto economico e politico per la Polonia: l’impresa socializzata.
La reazione di Mosca non si fece attendere e attraverso lo stato di polizia e la legge marziale nel 1981 attuati da Jaruzelski migliaia di sindacalisti furono imprigionati, Walesa compreso (premio Nobel per la Pace nel 1983).
Nel 1988 con l’avvento di Gorbaciov e l’economia in picchiata la situazione mutò e Solidarnosc fu riconosciuta; Gorbaciov permise nuove elezioni politiche che si risolsero in una schiacciante vittoria del partito di Solidarnosc
. Per la prima volta in quarant’anni con soli mezzi democratici era stato cacciato dal blocco orientale un governo comunista.
Purtroppo l’ascesa al potere di Solidarnosc coincise con un momento di massima crisi economica dovuta alla precedente gestione del regime comunista.
Il debito ammontava a 40 miliardi di dollari e la situazione sociale ed economica era drammatica. Nei primi mesi di governo i leader di Solidarnosc al comando rimasero indecisi su cosa fare nell’attesa di poter attuare il loro programma, sulla traccia della transizione graduale alle “Gorbaciov” verso una socialdemocrazia.

Ma quel debito era la prima cosa da rimuovere per ripartire e questo era in genere il compito del FMI, creato a suo tempo per questo: aiutare le economie in difficoltà.
Ma il FMI, come sempre, ispirato dalla scuola di Chicago e ricattando il paese, applicò alla Polonia la shockterapia economica già collaudata altrove, essendo quel paese in una condizione ideale a cui applicare un programma economico shock.

Jeffrey Sachs, che già aveva agito per conto della scuola di Chicago in Bolivia, diventò consulente di Solidarnosc: il piano “Sachs” prevedeva lo smobilizzo di 3 miliardi di dollari di aiuti economici alla Polonia ma solo se Solidarnosc avesse accettato le condizioni per un intervento economico forte poste dal FMI, ancora di più di quanto fatto in Bolivia: eliminazione dei controlli sui prezzi, taglio ai sussidi, privatizzazione delle miniere, cantieri navali e fabbriche statali; tutte cose agli antipodi del programma di Solidarnosc che prevedeva la socializzazione delle imprese.
La storia si ripeteva, in forme diverse ma nello stesso spirito liberista: impedire la nascita di nuovi modelli di socialdemocrazie che potessero minacciare i poteri forti liberisti occidentali. Sachs stava per proporre a Solidarnosc esattamente le stesse cose per cui Solidarnosc aveva combattuto il comunismo: aumento dei prezzi con tutto quel che ne poteva seguire, ma l’iperinflazione era alle porte e i dirigenti di Solidanorsc, sulla scorta di una forte fiducia popolare ma isolati e sostenuti non più dalle fabbriche ma dalla chiesa, decisero in modo verticistico e nel 1989 accettarono le proposte di Sachs che non smetteva mai di paragonare la Polonia alla Bolivia, proposte che furono annunciate dal primo ministro Mazowiezcki con un discorso al parlamento senza preventiva informazione.
Lo stato di emergenza aveva ancora una volta obbligato a fare scelte sbagliate.
In questi anni sembrava che molti altri paesi fossero in una transizione analoga e, come disse il filosofo economista Francis Fukuyama, con la vittoria schiacciante del liberismo sulle altre ideologie keynesiane e sulla terza via sarebbe ormai giunta
la fine della storia. Non a caso proprio nello stesso anno tra FMI e WB nacque il Washington Consensus, un patto tra i poteri forti per bloccare ogni possibilità alla terza via e incanalare il futuro verso il pensiero unico del libero mercato.
Ma in Cina non è stato così, e l’opposizione al liberismo è stata fortissima ed accompagnata da un’altrettanto forte richiesta di democrazia, anche se ciò è stato ignorato dall’occidente: liberismo e democrazia non andavano cioè per nulla d’accordo come sostenevano sempre i liberisti.
Il governo cinese mirava a mantenere il potere ma arrivare a condizioni di libero mercato: sacrifici per molti ma privilegi ed enormi guadagni per pochi (funzionari trasformati in oligarchi), con deregulation di prezzi e salari, privatizzazioni delle cooperative statali, sicurezza lavorativa non garantita con conseguente aumento della povertà ed ineguaglianza.

Milton Friedman, consigliere di Pinochet, visitò la Cina diverse volte (1980; 1988) e invitò la dirigenza cinese a perseguire senza esitare nella shockterapia economica per risanare il paese e portarlo verso il libero mercato.
Dopo qualche mese successe il massacro di Piazza Tienanmen che comunemente è interpretata come lo scontro fra studenti moderni e idealisti che reclamavano libertà democratiche e una dirigenza autoritaria della vecchia guardia protettori dello stato comunista.
In realtà secondo alcuni protagonisti dei fatti (Wang Hui, organizzatore delle proteste del 1989) quei giovani rappresentavano differenti classi sociali che protestavano per i cambiamenti radicali di stampo liberista introdotti in economia dal governo cinese con conseguenti licenziamenti, disoccupazione, perdita di potere d’acquisto, privatizzazioni, aumento della povertà, e per l’intrinseca antidemocraticità di quei provvedimenti rapidi e crudeli.
Deng Xiaoping, il macellaio di Pechino sostenuto da Henry Kissinger, difendeva il capitalismo, alla Pinochet (20 maggio 1989 legge marziale, 3 giugno carri armati attaccano i dimostranti: da 1000 a 7000 morti e non si saprà mai quanti esattamente; 30000 feriti).
Dopo questi fatti nei tre anni successivi la Cina spalancò le porte ai capitali stranieri.

Il giorno dopo il massacro (4 giugno 1989) in Polonia Solidarnosc vinceva le elezioni.
Cina e Polonia, due paesi dove lo shock, la paura e la violenza sono stati usati per avviare una trasformazione liberista: in Polonia non ci fu violenza aperta ma la maggioranza degli elettori era per il programma di Solidarnosc ma ben presto rimasero solo i disastri liberisti e la caduta verticale di Solidarnosc (1993); in Cina lo stato usò apertamente il terrore alla Pinochet con un successo finale senza precedenti a favore del mercato, nato da un massacro.

Nel gennaio 1990, in Sudafrica, il settantunenne Nelson Mandela dopo 27 anni di carcere sull’isola di Robben, mandò un messaggio ai suoi sostenitori per fugare i dubbi circa il suo presunto mancato impegno contro l’apartheid nel paese. La nazionalizzazione delle strutture economiche del paese ed il conferimento del potere economico ai neri, disse, restano due punti saldi della base della linea politica della Freedom Charter, documento che dal 1955 aveva raccolto le “richieste di libertà” dal popolo e che rappresentava la base politica dell’ANC (African National Congress).
Per 30 anni gli afrikaner bianchi tennero fuorilegge l’ANC. La carta rivendicava il diritto al lavoro, all’alloggio, al pensiero libero, ed alla partecipazione agli utili delle risorse del paese. Questo si voleva affermare: non ci sarebbe stata libertà senza ridistribuzione delle ricchezze.
Dopo 15 giorni da quel messaggio Mandela usci dalla prigione e tutte le speranze si focalizzarono su di lui. Il Sudafrica sembrava nella giusta posizione storica per poter attuare una democratizzazione e ridistribuire il reddito nazionale.
Ma quando nel 1994 Mandela vinse le elezioni con l’ANC e fu nominato presidente, i gruppi dirigenti del partito si resero conto che non avrebbero mai potuto attuare tutto ciò che era stato scritto nella Freedom Charter.

Con l’ANC al governo aumentò il crimine, il divario sociale, la povertà, perché la riforma economica non aveva seguito la riforma politica.
Perché ?
I negoziati post-apartheid erano stati avviati su due binari: politico ed economico e se i bianchi non avevano potuto impedire i neri al governo (ANC) ora non erano disposti a cedere le ricchezze accumulate durante l’apartheid.
Così mentre l’ANC era impegnato nelle battaglie politiche per il controllo del parlamento (il popolo governerà) De Klerk nei negoziati aveva ristretto il raggio d’azione del governo attraverso clausole economiche ed accordi internazionali (GATT) fino alla indipendenza della Banca Centrale, in modo tale da neutralizzare le richieste contenute nella Freedom Charter.

Ridistribuire la terra ? Impossibile, perché la nuova costituzione negoziata rispetta la proprietà privata; volete creare posti di lavoro ? impossibile, perché gli accordi GATT vietano di finanziare le imprese; volete distribuire gratis farmaci anti-aids ? impossibile, perché gli accordi con il WTO proteggono la proprietà intellettuale dei brevetti farmaceutici; volete costruire case popolari ? Impossibile, perché occorre prima pagare i debiti lasciati da De Klerk.
Inoltre sarebbero stati impossibili l’acqua gratuita, alzare i salari regolati dal FMI e dalla WB.
I neri avevano lo stato ma il potere era altrove !
Anche in Cile i Chicago boys prima di delegare il potere ad un governo dopo 17 anni di dittatura manipolarono la costituzione in un modo simile.
A questo punto il da farsi era o lanciare un secondo movimento di liberazione o accettare il principio del “trickle-down”, la limitazione dei poteri ed abbracciare il nuovo ordine economico favorendo gli investitori stranieri; e proprio questa fu l’opzione scelta.
Anziché procedere quindi con le nazionalizzazioni si passò a negoziare con i simboli economici del dominio dell’apartheid (i giganti minerari Anglo-American e De Beers); la stesura del nuovo programma economico procedeva come in Bolivia, in segreto senza nessuna condivisione democratica e molto diverso dalle promesse fatte dall’ANC nel 1994.

Anche per quanto riguarda i risarcimenti per le torture il nuovo governo non ritenne responsabili le aziende che in realtà finanziarono la repressione e attinse dai fondi governativi mostrando cecità per i diritti umani. Il conto dell’apartheid era così stato pagato dal nuovo stato che si trovò molto indebitato ed anche per questo non potè procedere speditamente alle riforme ma, anzi, dovette vendere i beni dello stato (18 aziende statali) per pareggiare i conti. In pratica le aziende dei bianchi che avevano tratto profitti enormi e sostenuto il regime non pagarono nulla e le vittime dell’apartheid continuarono a pagare i loro vecchi aguzzini.
L’ANC affrontò la transizione del tutto impreparato ed i suoi rappresentanti furono indottrinati dalla WB e dal FMI facendo pressione su di loro con riferimento agli eventi storici paralleli: la Polonia, la Cina, il Cile, il Vietnam, e persino la Russia, avevano accettato il Washington Consensus !
Mikhail Gorbaciov nel luglio 1991 era stato ricevuto al G7 di Londra come un eroe.
Nobel per la Pace nel 1990, aveva conquistato l’opinione pubblica americana ed il TIME gli aveva dedicato il titolo di
“Uomo dell’anno”.
Attraverso la Glasnost(trasparenza) e la Perestroika(nuovo corso) Gorbaciov aveva condotto l’URSS verso una transizione democratica solida e pacifica, ma i segnali che gli giunsero al G7 non furono molto distensivi: doveva abbracciare anch’egli come la Polonia la shockterapia economica ed il debito estero non gli sarebbe stato per nulla condonato.
Un mese dopo il G7, il 19 agosto 1991, dopo una breve tentativo contro riformatore di alcuni carri armati guidati dalla vecchia guardia comunista che avevano circondato il parlamento, emerse Eltsin come nuovo difensore della democrazia contro questi “
cinici tentativi della destra”.
Nel dicembre 1991 d’accordo con altre due repubbliche sovietiche, Eltsin sciolse l’URSS e obbligò così Gorbaciov alle dimissioni.
Jeffrey Sachs, Chicago Boy che già aveva operato in Polonia, diventava consigliere di Eltsin. Successivamente Eltsin chiese al parlamento di affidargli i poteri speciali per poter attuare riforme e un nuovo programma economico; cosa che il parlamento gli concesse. Era una dittatura in piena
regola come del resto il Washington Post aveva auspicato nell’agosto precedente (Il Cile di Pinochet: Modello pratico per l’economia sovietca).
Nel nuovo governo arrivarono personalità liberali della scuola di Friedrick Von Hayek (Scuola Economica di Chicago).
Il 28 ottobre 1991 Eltsin cominciò a deregolamentare prezzi ed il paese fu colto alla sprovvista da questi provvedimenti che prevedevano la privatizzazione di 225000 aziende statali.
Iniziò così l’attrito con il meccanismo democratico della popolazione che riteneva le forme di cooperative dei lavoratori la forma più idonea per le privatizzazioni. La democrazia cominciava a dare fastidio ai liberisti, ansiosi di attuare i programmi economici pensati a tavolino in modo non democratico.

Joseph Stiglitz, a quel tempo dirigente alla WB osservava che “..solo un blitz sferrato durante la finestra di opportunità fornita dalla nebbia della transizione avrebbe permesso di operare i cambiamenti prima che la popolazione potesse organizzarsi..”: aveva delineato la dottrina dello shock definendo i suoi artefici i “bolscevichi del mercato” (Pag. 257).
Nel dicembre 1992 la popolazione era esasperata ed il parlamento voleva togliere i poteri speciali a Eltsin, il quale subito dichiara lo stato di emergenza.
Sostenuto dall’Europa e dagli USA, dopo un referendum farsa sulle riforme economiche che non vinse ma disse di aver vinto nella primavera del 1993 e ricattato anche dal FMI che minacciava di togliere un prestito di 1,5 miliardi di dollari, approvò il decreto 1400 per sciogliere il parlamento e per abolire la costituzione.

Due giorni dopo il parlamento gli votò contro con l’empeachment ma Eltsin circondò il parlamento con migliaia di soldati e filo spinato e cannoni ad acqua, mentre EU ed Usa tacevano guardando a distanza.
In Cile era successo prima il golpe poi la shockterapia, qui il contrario: prima la shockterapia economica seguita dal golpe per poterla continuare.

I Chicago Boys, finalmente liberi dall’intralcio della democrazia, potevano stendere i loro programmi economici ed attuarli in modo più continuativo: privatizzazioni a raffica ed all’insaputa dei dipendenti, oligarchi che si comperavano pezzi dello stato con soldi pubblici confluiti in modo poco trasparente in losche banche private nate dalla sera alla mattina, fino a vendere ciò che Lenin chiamava le “altezze vertiginose”: le potenti e ricche compagnie petrolifere a scaltre sorelle occidentali (SHELL; BP).
Nel 1998 in concomitanza con le crisi dei mercati asiatici la Russia fu lasciata priva di qualsiasi protezione e la sua economia collassò. Eltsin era finito.
Nel 1999 si verificarono nel paese molti atroci attentati e allora emerse come primo ministro Vladimir Putin per contrastare con la guerra in Cecenia il presunto terrorismo, bombardando popolazioni civili mentre Eltsin chiese l’immunità che gli fu concessa.

Nel 1989 2 milioni di persone nell’URSS vivevano in povertà. Nel 1995 i poveri erano saliti a 74 milioni; Eltsin era responsabile del tracollo economico di 72 milioni di persone.
Un genocidio economico, come lo definì Andrè Gunder Frank, dissidente della scuola di Chicago.
Come era accaduto nel Cono del Sud, in Bolivia, in Cina, e come sarebbe accaduto in Iraq ed in altre parti del mondo, una tale politica di shockterapia economica può reggersi solo a condizione di sopprimere la democrazia.
Ma la Russia si era rivelato un caso a parte e nell’intervista di Naomi Klein a Jeffrey Sachs era emerso bene questo.
Negli anni ’70 in America Latina la shockterapia economica supportata da golpe militari e dittature erano supportate con prestiti sostanziosi (Cile) o remissioni del debito (Bolivia).

In Polonia, primo paese europeo ad essere coinvolto in una shockterapia, entrarono ingenti finanziamenti ed aiuti economici.
Ma in Russia c’è stato
troppo shock e poca terapia a causa anche dell’indifferenza e della tirchieria occidentale.
Perché ?
Sach pensava in Russia ad una grossa partita di aiuti economici, confrontabili per volume al piano Marshall: allora 12,6 miliardi di dollari che gli USA stanziarono per l’Europa.
Sachs pensava ad una cosa simile e spinse per avviare le riforme economiche in Russia prima ancora di avere i finanziamenti certi, sicuro che sarebbero arrivati come in altre occasioni.
It’s the economy, stupid ! diceva Clinton durante la sua campagna elettorale.
Come Roosvelt avviò il new deal per risollevare le sorti nazionali dalla grande depressione e per arginare la protesta per un nuovo modello economico, così il piano Marshall era stato un modo per mantenere le masse popolari favorevoli al capitalismo keynesiano dell’epoca e
distoglierli dalle derive verso il socialismo.
Il piano Marshall non era frutto di benevolenza o di ragionevolezza ma della paura di rivolte popolari ed era stato varato proprio a causa della URSS.
Ora che l’URSS era crollata non c’era più bisogno di incentivare la “scelta” della gente verso il capitalismo, unico monopolio globale, che da allora poteva assumere le forme più crudeli e spietate in tutto il mondo, lasciando, come avvenne, l’illusione ai polacchi ed ai russi di potersi risvegliare in un mondo capitalista “vecchio stile” con tanto di reti si sicurezza sociale, di lavoro e sanitaria, che però non sarebbero più state generate in quanto non erano più all’ordine del giorno, perché non più necessarie per attuare quel compromesso comunismo-capitalismo indispensabile durante la guerra fredda.
Il gentleman’s agreement keynesiano non aveva più ragione di esistere ed il capitalismo finalmente poteva essere liberato da tutti i fronzoli keynesiani.
Era questo il senso drammatico contenuto anche del discorso di Fukuyama sulla “fine della storia”, pronunciato a Chicago nel 1989.
La storia ora era nel capitalismo e in tale situazione sarebbe ormai irreversibilmente rimasta. Laissez faire, politica voodoo: crisi provocate per accelerare le riforme, in Russia ma anche altrove (Canada, Trinidad & Tobago).
Chiudo questo paragrafo per brevità, perché molto ci sarebbe da dire ma rimando al libro, con una frase molto significativa di un manager del FMI dimessosi dopo 12 anni di lavoro:
Oggi ho rassegnato le mie dimissioni dallo staff del FMI dopo dodici anni, e dopo mille giorni di lavoro ufficiale sul campo per il FMI, durante i quali ho venduto la vostra medicina e i vostri trucchetti a governi e popoli dell’America Latina, dei Caraibi, e dell’Africa. Per me le dimissioni costituiscono una liberazione inestimabile, perché con esse compio il mio passo verso un luogo in cui spero di lavarmi le mani da quello che considero il sangue di milioni di persone povere e affamate.
...
Il sangue è così tanto, sapete, che scorre a fiumi. Si secca anche: mi si rapprende addosso; a volte mi sembra che al mondo non ci sia abbastanza sapone per ripulirmi dalle cose che ho fatto a vostro nome
”. (Davison Budhoo: Enough is enough: Dear Mr. Camdessus... Open letter of resignation to the managing director of the IMF. New York, 1990) (Pag. 297).
Vediamo ora cosa è successo in Asia.
Con due precedenti libri
(La globalizzazione ed i suoi oppositori; La globalizzazione che funziona) Stiglitz aveva già ben descritto tutti i meccanismi finanziari globali riconducibili a strategie di shock economy, che si erano verificati in Asia e che sarebbero stati replicati altrove come abbiamo visto prima, dalla scuola liberista (Cina, Russia, Europa).
Naomi Klein riprende questa situazione e ce la descrive nell’ottica della shock economy.

Nell’estate del 1997 si era recata in Asia per conoscere le condizioni dei lavoratori locali nelle grandi aziende delocalizzate o locali nel pieno del boom delle esportazioni.
Poche settimane prima del crollo finanziario, le cosiddette “Tigri Asiatiche” erano in ottima salute economica ma di lì a poco per la speculazione finanziaria globale ed i rapidi movimenti dei capitali

stranieri ci fu un crollo di fiducia e la gente spaventata fu presa dal panico: le banche bloccarono i prestiti e i governi sostennero le loro valute erogando miliardi di dollari.
Furono bruciati 600 miliardi di dollari sui mercati azionari dell’Asia (ndr: la stessa cosa succede qui oggi mentre sto scrivendo questo riassunto, in Europa, dove sono stati bruciati 450 miliardi di Euro, 10 ottobre 2008).

Nei primi anni ’90 in Asia era in corso una forte crescita economica ma protezionistica e controllata dallo stato; situazione che non piaceva per niente alle banche d’investimento ed alle multinazionali che avevano la strada sbarrata ed erano ansiosi di privatizzare ed acquistare le migliori aziende asiatiche.
Quando iniziò la crisi dopo che i paesi asiatici su pressioni del FMI e del neonato WTO avevano aperto le porte ad investimenti stranieri e dopo un certo periodo di trading valutario massiccio, i flussi di capitale iniziarono a ritirarsi dai paesi e la crisi di liquidità fu utilizzata come leva per abbattere gli ultimi ostacoli al libero mercato ed a privatizzazioni di pezzi dello stato.
Questa “seconda caduta del muro di Berlino” come era stata definita dai Chicago Boys, eliminava definitivamente la prospettiva che potesse esistere una “terza via” al capitalismo di tipo keynesiano in Asia.
Crisi come opportunità insomma, come sempre secondo i liberisti, crisi causata proprio da quella facilità di entrata e di uscita di capitali dai paesi asiatici a provocare la crisi stessa.

Il FMI a quel punto accorse in aiuto di questi paesi ma ovviamente dettando le condizioni del Washington Consensus, anche se ma il vero regista di tutto era come sempre il Tesoro americano.
I costi umani dell’opportunismo del FMI furono simili a quelli pagati in Russia: 24 milioni di disoccupati, tassi di disoccupazione alle stelle con 20 milioni in più di asiatici al di sotto della soglia di povertà. Mentre le banche americane (Merryl Linch, JP Morgan) e industrie multinazionali (Seagram’s, Hewlett-Packard, Nestlè, Interbrew, Novartis, Carrefour, Tesco, Ericsson, Coca-Cola) acquistavano pezzi di stato, utilities pubbliche, industrie.

Donald Rumsfield era consulente per le acquisizioni e nel comitato vi era anche Dick Cheney.
A dieci anni dalla crisi le cose non sono ancora risolte: con 24 milioni di disoccupati la disperazione è grande come pure il degrado umano e morale e naturalmente tutto ciò ha contribuito a incrementare le immigrazioni clandestine nel mondo.
Questo è stato il programma di stabilizzazione in Asia del FMI
ma anche la radice delle prime contestazioni no global a Seattle (1999) con un primo collasso delle contrattazioni del WTO a causa dello sfacciato protezionismo occidentale.
Ma nonostante tutto, questa crescente opposizione popolare non fece desistere il blocco capitalista dal portare avanti il programma liberista cavalcando il disorientamento e la paura della gente.
Parte V –Tempi scioccanti. Ascesa del capitalismo dei disastri.
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D. Rumsfield, il segretario alla difesa di Bush, aveva già svolto questa funzione per il governo di G. Ford. Uomo della new economy negli anni ’90, membro di diversi consigli di amministrazione di multinazionali (Searle Pharmaceuticals, Sears, Kellogg’s, Gulfstream, ASEA Brown Boveri-Abb, Gilead Sciences) aveva avuto l’incarico di trasformare l’esercito ed il Pentagono secondo una modernizzazione in stile “modello Nike” (non possedere le fabbriche ma produrre per appalti e subappalti; outsourcing, insomma). Insomma, tagliare le spese ovunque possibile e terziarizzare. Ma non si può terziarizzare la difesa dello stato, ma lui voleva fare questo !
Tenere un nucleo di truppe scelte e appaltare il resto al settore privato, dalla guida dei mezzi pesanti agli interrogatori. Privatizzare le guerra, la difesa dello stato, la sicurezza nazionale con lo scopo di risparmiare i soldi del contribuente e nello stesso tempo avvantaggiare i privati.
Tagliare, tagliare, tagliare, anche contro i principi della costituzione americana come gli fu fatto notare da numerosi dipendenti del Pentagono, che egli aveva definito “nemici dello stato” (un po’ come i fannulloni del nostro più casereccio Brunetta).

Il 10 settembre 2001 Rumsfield fece il suo discorso ufficiale in cui annunciava questa politica.
Il mattino dopo, l’11 settembre 2001, 125 morti e 110 feriti gravi era il bilancio dell’attacco al Pentagono.

L’idea centrale era privatizzare tutto ciò che era possibile mantenendo un nucleo statale e fino ad un cero punto si era proceduto in questa direzione approfittando dei disastri ed applicando scelte radicali di privatizzazione; ma ora anche gli ultimi bastioni del controllo pubblico (Esercito, Croce Rossa, CIA, Polizia) erano oggetto di sfruttamento delle crisi e di privatizzazione.
Applicare logiche di mercato a tutto.
Rumsfield aveva in mente questo da tempo, da quando partecipava ai seminari della Università di Chicago come amico di Milton Friedman e Feulner (Heritage Foundation).

Dick Cheney, un protetto di Rumsfield nell’amministrazione Ford, contribuì anch’egli all’impresa ed aveva appaltato alla Brown & Root (Divisione della Halliburton) mansioni prima affidate all’esercito.
In precedenza, Con Clinton alla Casa Bianca, Cheney era passato come capo alla Halliburton ed in forza di un primo contratto fra il Pentagono e l’azienda il supporto logistico per le operazioni militari americane era ormai diventato pieno appannaggio di questa società.

La prima esperienza di tutto ciò fu la guerra nei Balcani con la NATO.
La guerra fredda era finita ed occorreva un nuovo modello di business per le forze armate americane.
La Lokheed gestiva le divisioni informatiche del governo: si arrivò ad un passo dal privatizzare il Welfare nel Texas (i due candidati erano la Lokheed e la Electronic Data System, il cui AD era Dick Cheney ma poi Clinton blocco tutto con grandi proteste da parte di un certo G.W. Bush).

Nel gennaio 2001 Bush si insediò al governo con la ferma intenzione di proseguire su questa strada.
Dopo il settembre 2001, la gente terrorizzata chiedeva protezione e un governo forte che invece era mezzo marcio ed inefficiente e questo rischiava di mandare in fumo il progetto originario liberista. “L’undici settembre ha cambiato ogni cosa”affermava (Ed Feulner): ma a vent’anni dalla deregulation di Reagan sui controllori di volo e sui controlli in generale attraverso la privatizzazione selvaggia, il risultato era sotto gli occhini tutti: un terribile attentato nel cuore del paese attraverso le linee aree poco sicure per tenere bassi i costi.
Il 10 settembre era normale pensare di affidare la sicurezza degli aeroporti a lavoratori a contratto con paga minima: il 12 settembre sembrava un’idea folle !
Poco dopo ci fu lo scandalo ENRON che aumentò la disapprovazione pubblica verso il filo- aziendalismo: migliaia di dipendenti senza liquidazione e pensione e top manager arricchiti grazie ad informazioni riservate.
Ma Bush ed i suoi non avevano nessuna intenzione di convertirsi al keynesianismo e andarono avanti con un new deal, certo, ma anziché tappare le falle dell’apparato pubblico si mosse verso i privati e le industrie: tecnologia per acquisire a prezzi di mercato comunicazione, gestione, ingegneria, sanità, ricostruzioni, muovendosi in fretta per sfruttare lo shock, smantellare il pubblico ed attuare la guerra privata al terrore. Centinaia di miliardi di dollari pubblici distribuiti ogni anno alle aziende private attraverso contratti, sfruttando la onnipresente sensazione di pericolo: un
golpe a rotazione (Andrei Bacevich).
Messa così allora la guerra al terrore può non essere solo vista come una guerra lampo da vincere ma, per dirla con le stesse parole di N. Klein, “un elemento nuovo e permanente nell’architettura economica globale”.
130 miliardi di US$ ad appaltatori privati dal 2001 al 2006, e nel solo 2003 327 miliardi: bolle alle quali le aziende si aggrappavano prosperando fino ad arrivare all’industria dei sequestri con la collaborazione della Boeing, corruzione e taglie per avere informazioni su persone spesso innocenti e finite a Guantanamo.
Oltre all’economia anche la democrazia ne risentì: con il Defense Authorization Act Bush poteva assumere i poteri di legge marziale e impiegare le forze armate in emergenza pubblica di qualsiasi tipo (norma anticostituzionale).
Anche l’industria farmaceutica ne approfittò: in caso di epidemie si potevano proteggere le industrie farmaceutiche e, sarà stato un caso, la Gilead Sciences di Rumsfield che aveva il brevetto del Tamiflu (Aviaria) fece profitti altissimi dopo i ricorrenti allarmi sulla malattia a livello mondiale e gli ordinativi del Pentagono (58 MMUS$).
Resta sempre il dubbio in questi casi di quanto abbiano pesato gli interessi privati nella formulazione della legge pubblica, quando i governanti non riescono a distinguere fra interessi dello stato ed interessi di una Lokheed (+145%), Halliburton (Cheney), Carlyle e Baker Botts, Gilead, soprattutto quando funzionari dello stato hanno mantenuto cariche private durante il periodo della loro carica pubblica (partecipazioni azionarie di Rumsfield, Cheney, etc.).
La Halliburton (Cheney) ha guadagnato il 300% in valore delle proprie azioni per appalti in Iraq grazie alla guerra.
94 funzionari pubblici nella sicurezza sono passati all’industria della sicurezza privata dopo aver passato un periodo sufficiente al governo ed avere instaurato contatti, informazioni, accessi per poi passare dalla parte del privato e fare contratti con lo stato appaltatore.

Capitalismo mafioso, clientelare, oligarchico, corporativo: frutto amaro dopo un ventennio di deregulation, privatizzazione e pugno di ferro contro i sindacati: l’arroganza del rifiuto di Cheney e Rumsfield di separare i propri doveri pubblici dalle loro partecipazioni azionari nel capitalismo dei disastri è stato un primo segnale che preannunciava quanto sarebbe successo in Iraq.
Nel 2002 G. Shultz aveva formato un gruppo di pressione per convincere l’opinione pubblica della necessità della guerra all’Iraq: egli non rivelò che era azionista della Bechtel, azienda che ricevette 2,3 MMUS$ per ricostruire l’Iraq, il paese che Shultz spronava a distruggere.
Insomma, spesso è impossibile dire dove finisce il pubblico e dove inizia qualche azienda privata o qualche consulente ex politico ed i suoi affari (Kissinger, rappresentante della Coca-Cola, Union Carie, Hunt Oil, Fluor, Itt).

Kissinger, con Cheney, Baker, Shultz, Rumsfield ed altri, sono rappresentanti dei neo-cons, uomini di fede, motivati e pronti a sacrificarsi per la sicurezza nazionale. Se prima la loro azione era circoscritta alle privatizzazioni, alla lotta friedmaniana al welfare secondo le teorie di Milton
Friedman, con la guerra al terrore essi hanno trovato un modo ancora più vantaggioso di fare profitti che si è materializzato in termini espliciti e sfacciati con la guerra in Iraq nel 2003.
Parte VI – Iraq al punto di partenza. Ipershock.
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Era difficile trovare a Baghdad persone che avessero voglia di parlare di economia, di privatizzazioni: tutti erano preoccupati di cose più urgenti come possibili bombe, sparizioni di persone ad Abu Ghraib, acqua per vivere. Questo era, come sempre, l’effetto della dottrina dello shock: mentre gli iracheni erano distratti da queste necessità vitali e paure si poteva svendere il paese, cambiare le leggi e la costituzione, ed annunciare il tutto a fatto compiuto.
Inoltre la violenza estrema impedisce di far emergere gli interessi a cui serve. Il pacifismo non andava più in là di singoli concetti (giusti e veri) come petrolio, Israele, Halliburton.
Ma non bastava e scavando si cominciava a vedere che la guerra era stata una scelta politica per spalancare nell’unico modo possibile il Medio Oriente ai mercati “liberi” e che questo sforzo bellico era proporzionale alla posta in gioco, molto alta: un nuovo modello di democrazia (Iraq) a misura e ad esempio per il Medio Oriente, non accorgendosi che non era la mancanza di democrazia che scatenava il terrorismo ma piuttosto le politiche americane ed israeliane.

L’intento era in realtà di creare un “nuovo” paese che, come il Cile in America Latina, doveva servire da modello per l’intero Medio Oriente, applicando le dottrine della scuola di Chicago, sradicando persone, cancellando la cultura secolare di quei luoghi per sostituirla con una ”nuova” cultura liberista.
Portare la democrazia liberista in quella regione con la guerra, per cambiare tutto il Medio Oriente ed il mondo, debellando il terrorismo: ecco in estrema sintesi la filosofia alla base dell’azione unica imperniata sul binomio liberismo/terrorismo, idea che iniziò a farsi concreta dopo l’11 settembre e realizzata poi sulla passata esperienza della prima guerra del Golfo del 1991.
Come le giunte militari sudamericane non agirono da sole, così anche in Iraq il governo americano sostiene l’invasione e l’aggressione liberista, con le stesse persone di un tempo: al tempo del golpe argentino (1976) presidente era G. Ford, Cheney capo del personale, Rumsfield segretario alla difesa, Bremer assistente di Kissinger.
L’occupazione adottò un approccio shock terapico e mediatico (Shock and Awe: 380 missili Tomahawk Cruise in un solo giorno, 30000 bombe e 20000 missili Cruise in 43 giorni di combattimento iniziale !) con l’intento di cancellare per riscrivere, gestendo abilmente in patria ed in Iraq un marketing della paura oltre che una violenza spietata, al pari di come facevano i terroristi: “deprivazione e sovraccarico sensoriale, destinati ad indurre disorientamento e regressione” e rendere l’avversario completamente impotente” (Pag.380).
Se l’Iraq deve essere cancellato e sostituito con un modello ad hoc occorre iniziare a terrorizzare l’Iraq per farlo cadere e, con l’avvicinarsi del giorno dell’invasione (A-Day: a come airstrikes), alimentare la paura degli iracheni.
All’inizio della guerra ci fu una
deprivazione sensoriale degli iracheni attraverso gli effetti bellici: oscuramento, interruzione di comunicazioni, rumori assordanti, disorientamento.
La loro capacità di vedere, sentire, comunicare, riconoscersi era stata annullata, come per un prigioniero diretto ad Abu Ghraib.
L’80% degli oggetti del museo di Baghdad, l’anima dell’Iraq con i suoi volumi antichi e corani miniati, sparirono e solo in parte furono recuperati; la città fu spogliata anche della sua storia più intima e radicata, e qualcuno definì questo come una “lobotomia” attraverso la quale la memoria plurimillenaria della nazione era rimossa.
Si ripeteva così quanto avvenuto nella prima guerra del 1991.
Le forze di occupazione hanno sempre mostrato scarso interesse ufficiale verso questi fenomeni di sciacallaggio. Un consulente di Paul Bremer aveva definito il saccheggio come una forma di
contrazione del settore pubblico.
Prima che arrivassero gli americani in Iraq l’89% degli iracheni sapevano leggere e scrivere grazie al miglior sistema educativo del Medio Oriente,
mentre in New Mexico solo il 46% degli americani lo sapeva fare !
Ma a Bremer, direttore dell’autorità di occupazione in Iraq, interessava solo che il paese, dopo essere stato spaventato e distrutto nelle sue infrastrutture, saccheggiato della sua cultura e della sua storia, fosse poi privatizzato e rimpinzato di fastfood, elettrodomestici e cibo d’importazione, supermercati, cultura pop.
Dopo lo shock e la tortura la capanna dell’amore come ad Abu Ghraib, per far dimenticare.
Bremer aveva iniziato ad aprire le frontiere irachene alle importazioni, eliminare i sussidi statali alla popolazione, emanare leggi per liberalizzare il mercato e le 200 aziende statali, favorire le aziende straniere investitrici con una variante: a differenza di quanto era successo altrove in precedenza (Africa, ex URSS, America Latina) il FMI e la WB non erano più intermediari sotto la regia di Washington, e Bremer agiva senza nemmeno contrattare il governo iracheno, in una forma di shockterapia ancora più radicale di quella applicata in URSS (come aveva rilevato anche J. Stiglitz) senza nemmeno avere il pudore di travestire in modo decente questo nuovo imperialismo liberista. Ed è a questo punto che la guerra comincia ad andare male.
La logica era di trasformare il paese in una S.p.A: proteggere le aziende americane investitrici evitando come in URSS i rischi di arricchimenti di oligarchi, durata pluridecennale dei contratti vincolanti quindi per i futuri governi, nessun obbligo di reinvestimento e possibilità di esportare il 100% di capitali e risorse.
Sul settore petrolifero Bremer inizialmente attraverso la Coalition Provisonal Auhority (CPA) si era trattenuto, nonostante avesse incassato 20 miliardi di dollari dalla società petrolifera nazionale a titolo di rimborso spese, ed anche le major americane fecero solo timidi approcci solo per addestramento personale, fiduciosi che sarebbe arrivato più tardi il momento giusto per prendere il boccone più grosso nel paese !
Con l’invasione e l’occupazione si era creato un nuovo mercato privatizzato ma con enorme dispendio pubblico generale: oltre ai 20 miliardi, a cui aggiungere 38 miliardi di dollari dal congresso americano e 15 di altri paesi. Il tutto senza che gli iracheni avessero avuto un ruolo e fossero destinatari di fondi per le proprie aziende e per la previdenza sociale o fossero coinvolti come forza lavoro dalle aziende americane (Halliburton, Bechtel, Parsons, CH2M Hill, RTI). Debole presenza pubblica e forte presenza privata (americana): consulenti per costruire un sistema guidato di mercato, per la privatizzazione (Adam Smith Institute), addestramento di esercito e polizia irachena (DynCorp, Vinnell, Usis-Carlyle Group), nuovi curriculum studi (Creative Associates), e lo stile Halliburton introdotto da Cheney in precedenza nei Balcani (basi militari trasformate in minicittà, come poi fu la zona verde di Baghdad).
Le imprese statali irachene restarono al palo, non finanziate, ostacolate e sempre più spinte sull’orlo del fallimento per esaperata competizione.
Questo è stato in breve “l’anti-piano Marshall” messo in atto in Iraq, ricostruzione aziendalista che gli iracheni non gradirono per nulla e che piano piano portò gli iracheni a livelli sempre crescenti di resistenza fino a far scattare una contro-repressione e di riflesso il giudizio negativo americano sul popolo iracheno, che secondo loro non aveva capito l’opportunità che gli era stata offerta di ricostruire una nazione nuova attraverso il loro aiuto.

Intanto i morti iracheni al luglio 2006 erano saliti a circa 655000.
Nel 2004 solo il 21% degli iracheni voleva uno stato islamico; dopo le violenze dell’occupazione erano saliti al 70% e le violenze fra le fazioni religiose, sconosciute in passato, erano iniziate dopo la deposizione di Saddam circa un anno dopo l’occupazione americana.
Il laboratorio di shockterapia capitalista aveva trasformato l’Iraq in un disastro iracheno: un disastro molto capitalista, non imputabile solo al clientelismo della Casa bianca né al tribalismo iracheno.
Così, quando Bremer licenziò circa 500000 impiegati statali dell’esercito con la scusa di epurare i fedeli di Saddam ma i realtà per smantellare lo stato iracheno e sostituire il mercato americano
(analogamente a quanto Pinochet aveva fatto in Cile riducendo la spesa pubblica del 25%), dei 400000 circa 200000 soldati si portarono a casa le armi e cominciarono la RESISTENZA, finanziata anche da imprenditori iracheni esasperati, convinti di poter così contrastare la concorrenza del mercato imposto con le armi dagli americani.
E la tensione salì ulteriormente anche quando si tentò di riscrivere la costituzione irachena per stabilizzare e blindare le riforme economiche volute dal FMI ed imposte dal governo provvisorio di Bremer.
I giovani delegati politici indottrinati ma inesperti provenienti dalla Heritage Foundation americana, il fulcro storico del friedmanismo, e i componenti dei
think tanks mandati sul posto fecero il resto nel sostenere questo “new deal aziendale” dove le aziende del racket protezionistico traevano fondi pubblici per profitti privati astronomici, con la sistematica esclusione degli iracheni dalla divisione della torta senza che su di loro ricadesse un minimo di vantaggi, assistenza, aiuto.
La politica dal “laissez faire” era stata una scelta disastrosa e non solo per la corruzione e gli imbrogli avviati dalle aziende americane.
La
Bechtel nel 2006 lasciò l’Iraq, con la scusa che la violenza diffusa nel paese non permetteva di operare, ma le crisi degli appalti era iniziata ben prima. Dopo tre anni e mezzo di cattiva amministrazione tutti gli appaltatori in Iraq uscirono dal paese lasciando i lavori a metà pur avendo speso miliardi di dollari pubblici.
Esempio: PARSON, 186 MMUS$ ricevuti per 146 cliniche di cui completate solo 6; le inchieste su frodi sono state 87 (fra cui era compresa la Custer Battles).
In sintesi: dopo l’invasione e la nascita della CPA i contributi pubblici americani erano finiti nelle mani dei privati, in un contesto di mercato senza regole: lo stato iracheno era un contenitore vuoto. Questo fallimento del business americano pose le basi per la crescita del fondamentalismo religioso e del successo di Al Sadr: il popolo esasperato trovava nel fondamentalismo religioso l’unica fonte di potere in uno stato svuotato.
L’Iraq di oggi come lo vediamo è la logica conclusione delle teorie della scuola di Chicago.
Come scrisse lo stesso Bremer in un suo libro (Nuovi rischi nel business internazionale) i rischi connessi al modello economico adottato dalle multinazionali che aveva permesso loro di arricchirsi erano aumentati (ndr.: forse inconsapevolmente egli aveva azzeccato con questa constatazione reale anche il vero motivo alla radice degli attentati dell’11 settembre).
L’entusiasmo per la democrazia espresso inizialmente dagli iracheni era stato soffocato da Bremer nei primi mesi dell’occupazione anche con il blocco di elezioni spontanee: Bremer stesso scelse personalmente i componenti del consiglio governativo iracheno con il preciso intento di approvare la nuova costituzione prima di consegnare il paese nelle mani degli iracheni ed annullare le prime elezioni generali del paese a fine 2003.
Ma come sempre ad un soffocamento della democrazia si oppone uguale e contrario una nascita della resistenza armata: è così è stato.
Gli sciti, i più numerosi nel paese, si aspettavano di avere una parte di potere e iniziarono a manifestare per le elezioni. Poi Moqtada al-Sadr paragonò esplicitamente Bremer a Saddam e di fronte all’inefficacia delle manifestazioni pacifiche si scelse la strada della lotta armata.
E qui arriviamo allo stadio terminale con la reazione americana: la tortura, la repressione, la rappresaglia da parte degli occupanti.
Nei primi 3 anni e mezzo si stima che 61500 iracheni siano stati catturati ed imprigionati per provocare lo shock della cattura. Di questi 19000 erano ancora detenuti nel 2007, in perfetto stile cileno: secchiate d’acqua gelida, pastori tedeschi ringhianti, pugni e calci, shock elettrico. Allo shock economico e dell’occupazione si stava sostituendo lo shock della tortura e del carcere, alcuni consulenti ex-veterani delle guerre sporche furono richiamati dalle società private e la Blackwater assunse 700 militari cileni.
Uno dei più quotati specialisti di shock era il generale americano James Steele, ex- coordinatore degli squadroni della morte salvadoregni e successivamente presidente della ENRON.
Dall’agosto 2003 le denunce di abusi cominciarono ad arrivare e si scoprì lo scandalo di Abu Ghraib poi documentato con le famigerate fotografie delle torture dell’ottobre 2003: il manuale Kubark era sempre attuale, visto che Bush non era riuscito a dominare gli iracheni con la precedente fase di Shock and Awe.
Vi era una stanza soft, una stanza rossa, una stanza blu ed una stanza nera: cani, luci, musica,caldo- freddo, posizioni da stress, corrente elettrica, secondo un menù a discrezione in un crescendo di crudeltà dal soft al nero.
E come Abu Ghraib vi erano altri luoghi simili: Tikrit e al-Qaim, ed un luogo presso l’aeroporto di Baghdad gestito direttamente dalla CIA con un nome che spesso ambiava: Task Force 20, o 121, 0 6-26 o 145.

Quest’ultimo fu scoperto dalla Human Rights Watch su segnalazione di un sergente che lavorava in quel luogo.
Sempre nel 2005 la Human Rights Watch scoprì anche che all’interno di carceri irachene gestite da iracheni e sorvegliate da americani si usava sistematicamente la tortura: nel novembre 2005 173 iracheni furono scoperti in un sotterraneo del ministero:
i primi desaparecidos dell’Iraq.
Nel gennaio 2007 Bush non era ancora riuscito a sottomettere la popolazione e ad avere il pieno controllo dell’Iraq ed ora tentava la cancellazione dell’intero paese: via le donne, poi i bambini dalle scuole (nel 2006 i 2/3 di loro non andarono a scuola), poi i professionisti che scappavano dal paese (2000 medici uccisi al gennaio 2007 e 12000 fuggiti, ed in soli 3 mesi nel 2006 furono rapite 20000 persone. Ogni giorno 3000 iracheni scappavano dal paese).
All’aprile 2007 in totale circa 4 milioni di iracheni avevano lasciato il paese. Anche tutto ciò ha pesato sulle immigrazioni clandestine di massa.
L’iniziale intento di creare dalla tabula rasa un paese modello per il Medio Oriente si era tramutato in una volontà di
sradicamento dell’islam, il cancro che mina l’autorità.
Dalla tabula rasa su cui riscrivere alla disintegrazione dell’Iraq ed alla terra bruciata.
Al maggio 2007 più di 900 appaltatori erano stati uccisi dopo che in seguito all’assedio di Fallujia e Najaf nel 2004 erano scappati in una sola settimana 1500 appaltatori.
Dopo queste vicende ci fu un voltafaccia, forse strumentale e programmato o forse un rinsavimento un po’ tardivo.

Gli americani capirono che forse era meglio coinvolgere le aziende irachene e sostenere le società statali in loco anziché ingaggiare contrattisti ed appaltatori senza regole escludendo la popolazione dalla ricostruzione.
Naturalmente si cominciò dalla legislazione petrolifera su suggerimento dell’
Iraq Study Group coordinato da James Baker, nel dicembre 2006.
Nel caos sempre maggiore questa era la proposta che neppure Bremer aveva osato fare nei primi tempi della CPA ed il tempismo era perfetto: nel bel mezzo del punto più basso della crisi del paese, con liti fra fazioni religiose e mille morti alla settimana. Una legge che però era veramente troppo per gli iracheni e che avrebbe permesso alle major petrolifere internazionali di fare larghi profitti per decenni: la privatizzazione del petrolio era una linea rossa che non poteva assolutamente essere superata.
La legge nonostante l’opposizione del paese fu approvata nel febbraio 2007 e prevedeva persino che in futuro non potessero essere rivisti i contratti già stipulati, e che una apposita commissione avrebbe avuto potere decisionale su tutte le questioni legate al petrolio.
(“
Avanzare pretese su quelle ricchezze future in una fase di disintegrazione nazionale è stata l’espressione più spudorata del capitalismo dei disastri”. Pag. 432).
Un altro aspetto non secondario del caos iracheno è stata la privatizzazione della guerra per sostenere un esercito ridotto all’osso numericamente a causa delle riduzioni di risorse (55000 in meno negli USA). All’inizio dell’occupazione c’erano 10000 soldati privati mentre 3 anni dopo ve ne erano 48000; la Blackwater allargò il suo originario contratto sulla sicurezza fino a coordinare i marines nelle azioni di guerra (2004, Najaf); la Caci International Inc. forniva specialisti negli interrogatori, informazioni, carcerieri vari che però non rispettavano le norme di addestramento e sicurezza oltre che l’etica richieste dai contratti.
E cosi avanti di questo passo (per i dettagli pagg. 434, 435): Halliburton, Serco, Cubic Defense Application in Iraq, e la Health Net, la Iap Worldwide Services Inc. per curare i reduci in patria. Tanto per confronto, nel 1991 vi era un appaltatore ogni 100 soldati, mentre nel 2003 la proporzione era 1 a 10.
Complessivamente nel 2007 vi erano 120000 mercenari in Iraq, un affare da 4 miliardi di dollari.
Guerra e ricostruzione: sempre un affare per gli americani, dove i distruttori ed i costruttori sono diverse branche di una medesima società dove si trae profitto dal distruggere e poi dal ricostruire; un fallimento costante per gli iracheni, doppiamente vittime, saccheggiate del loro stesso stato, paese, cultura, petrolio, sicurezza e serenità.
Ora il “modello” è pronto per altri eventuali paesi i cui piani dettagliati di ricostruzione dopo la distruzione sono già preparati: Iran, Venezuela e forse altri.
Parte VII – La zona verde mobile. Zone di cuscinetto e mura antiesplosione.
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Il 26 dicembre 2004 nello Sri Lanka ed in tutta la regione circostante all’oceano Pacifico asiatico lo tsunami ha ucciso 250000 persone, lasciato senza tetto 2,5 milioni di persone.
Prima dello tsunami sulle coste dello Sri Lanka (Arugam Bay) vi erano le case dei pescatori e più interne gli alberghi turistici, in una situazione un po’
bloccata dalla situazione di conflitto con le Tigri Tamil. Ma nel 2002 si raggiunse un accordo di tregua che innesco un meccanismo di espansione di lamentela degli alberghi turistici verso le case dei pescatori, posti secondo loro come disturbo sulle spiagge sempre più affollate di turisti.
Sei mesi prima dello tsunami un misterioso incendio aveva distrutto alcune case di pescatori.
Lo tsunami fece ciò che altri ed il fuoco non avevano ancora fatto: ogni struttura, alberghi compresi, furono spazzati via: una tabula rasa su cui ricostruire tutto come si voleva.
La polizia proibì di ricostruire le case ai pescatori superstiti (i pescatori furono l’80-98% delle 35000 vittime dello Sri Lanka) negli stessi luoghi di prima con la scusa che occorreva lasciare una fascia di sicurezza. Norma sensata ma purtroppo non applicata per i nuovi alberghi, edificati senza tenere conto di queste regole.
Più tardi si scoprì che esisteva un
Piano per lo Sviluppo delle Risorse di Arugam Bay che stabiliva un trasferimento nell’entroterra delle popolazioni di pescatori in nuovi insediamenti e la costruzione di villaggi turistici di alto livello con servizi e trasporti sulle spiagge, che sarebbero diventati un modello di insediamento turistico poi per altre 30 nuove zone nei dintorni.
All’inizio della catastrofe tutti collaboravano per tutti, senza risparmiarsi, e dal mondo erano stati raccolti 13 miliardi di dollari. Nei primi mesi gli aiuti arrivavano a destinazione ma poi dopo qualche mese si vedevano solo baraccopoli ma non alloggi nuovi d’emergenza.
Il governo aveva frapposto ostacoli, zone cuscinetto, posti di blocco, piani di intervento commissionati a terzi; i ritardi erano addebitati alla burocrazia ma la cosa era più complessa.

Due anni prima dello tsunami, come già detto prima, dopo la tregua con i ribelli il governo aveva pensato di trasformare il territorio incontaminato in una grande oasi turistica con spiagge, giungle, alberghi superlusso: il futuro del paese sarebbe stato legato alle grandi catene di Resorts secondo gli intenti dei governanti dello Sri Lanka.
Anche Washington era entusiasta di questo progetto, ma naturalmente per fare tutto ciò occorrevano leggi più flessibili sul lavoro, sulle norme edilizie, etc. e dell’aiuto immancabile della WB e del FMI che avevano già elaborato nel 2003 il piano Regaining Sri Lanka, una shockterapia economica che era allora stata rifiutata dalla popolazione attraverso scioperi, e dimostrazioni di piazza. Nell’aprile 2004 dopo le elezioni politiche era al potere una coalizione di centrosinistra, che aveva promesso di bocciare il piano.
Dopo 8 mesi dalle elezioni accadde la catastrofe dello tsunami ed il governo cambiò completamente orientamento per poter usufruire degli aiuti economici, accompagnati tempestivamente dalle usuali condizioni capestro: quattro giorni dopo la sciagura il governo dello Sri Lanka fece una legge per privatizzare l’acquedotto, aumentò la benzina, ed aprì alla privatizzazione di settori pubblici fra cui l’elettricità.
La manovra governativa fu un secondo tsunami, come è stata definita da un leader del movimento pescatori, solo parzialmente fermato dalla democrazia delle elezioni di aprile ma poi purtroppo non più contrastato, a causa delle drammatiche situazioni venutesi a creare e per il voltafaccia del governo.
Fu definita una task force imprenditoriale che elaborò un piano, favorendo gli alberghi sulla fascia costiera e penalizzando i pescatori locali che dovettero cambiare area di insediamento: “...ben presto, la straordinarietà dei sopravvissuti allo tsunami sarebbe sbiadita, e si sarebbero uniti ai miliardi di poveri senza volto in tutto il mondo, così tanti dei quali già vivono in baracche di alluminio senza acqua corrente. La proliferazione di queste baracche è diventata parte integrante dell’economia globale, esattamente come il numero di hotel da 800 dollari a notte.”
“...Se avete qualcosa per me, mettetelo nelle mie mani.”(Renuka, pag. 456).
Storie analoghe a queste si verificarono in altre zone colpite dallo tsunami, Thailandia, Maldive, Indonesia, India dove la popolazione fu ridotta ad uno stato tale di povertà che fino a 150 donne furono costrette a vendere un rene per vivere. Si proibiva loro di costruire le proprie case stabili e erano lasciati in campi di accoglienza provvisori e squallidi, ma agli hotel di lusso sulle spiagge era elargito ogni sorta di incentivo.
Il picco massimo è stato raggiunto nelle Maldive dove intere popolazioni di pescatori sono state allontanate dalle isole più piccole con l’occasione dello tsunami. Già in passato il governo aveva cercato di allontanare le popolazioni dalle isole più piccole e selvagge dove vivevano come pescatori e dirottarli sulle isole più grandi e urbanizzate meno frequentate dai turisti.
Con il pretesto dello tsunami fu lanciato un programma di allontanamento dalle isole più “pericolose” e a “rischio” e la popolazione fu trasferita nelle isole più grandi: chi voleva usufruire dell’aiuto dello stato doveva ubbidire.
Così il governo riuscì a soddisfare la domanda degli operatori turisti che cercavano da tempo nuove isole, in genere affittate a loro per 50 anni, e dove potevano allestire una struttura turistica da sogno (capanne di paglia e palafitte, con scala dal molo in mare, camere da letto galleggianti sul mare, e ristorante sott’acqua con vista della barriera corallina !).

Successe un po’ come a New Orleans con l’uragano Katrina: questo fu un secondo tsunami sui poveri. I pescatori (“improduttivi” secondo la Banca Mondiale) che rivendicavano il diritto al lavoro su una terra ora definita “terra di nessuno” ma che in realtà era appartenuta ad essi da generazioni (ricordate la conquista del West ?), e gli operatori turistici, all’altro polo della globalizzazione, che rivendicavano il diritto a divertirsi.
Ecco la nuova lotta di classe del terzo millennio (pag. 462).
Purtroppo le ONG (Oxfam, World Vision, Save The Children), che aiutavano davvero la popolazione, si presero la colpa di tutto, anche dei mancati aiuti che lo stato doveva elargire ai più disastrati invece che pensare al turismo.
Il risultato di tutto fu la reazione violenta delle popolazioni, come in Iraq, Afghanistan ed altri paesi che avevano subito un saccheggio simile, e nel 2006 le tigri Tamil dichiararono sospesa la tregua: era di nuovo guerra civile e nel giro di un anno circa 4000 persone furono uccise negli scontri. Dopo lo tsunami la solidarietà generalizzata aveva lasciato sperare in una pace sociale duratura consolidata dall’opportunità di ricostruire fiducia, ma l’imposizione di un modello economico aggressivo e accanito aveva reso più difficile la vita già precaria e tesa della popolazione.
Come sempre il liberismo della scuola di Chicago aveva generato un sottoproletariato permanente dal 25 al 60% della popolazione in un modello socio-economico la cui sopravvivenza richiedeva sempre una guerra, combattuta o implicita.
Quando successe l’uragano Katrina chi era assicurato veniva curato come si deve negli ospedali privati ma chi non lo era veniva lasciato alle cure mediche previste per i non assicurati: in quell’occasione lo stato che doveva mostrare una marcia in più negli aiuti a tutti, sospendendo il capitalismo selvaggio, in realtà aveva innescato una marcia in meno ! Governo incapace secondo anche giudizi di autorevoli repubblicani e degli stessi neo-cons americani.
Milton Friedman scrisse sul Wall Street Jurnal che l’uragano Katrina era una tragedia ma anche un’opportunità. Ed eccolo subito accontentato: se da un lato gli scienziati erano d’accordo nel collegare il disastro di New Orleans con l’aumento di temperatura negli oceani, dall’altro si autorizzava l’eliminazione delle regole ambientali nel Golfo del Messico, la costruzione di nuove raffinerie e la perforazione di nuovi pozzi in Alaska, tutte misure che aumentano le emissioni di gas serra.
Le aziende che si aggiudicarono gli appalti migliori erano le stesse di Baghdad: Halliburton, Blackwater, Parsons, Fluor, Shaw, Bechtel, CH2M Hill, con contratti senza gare pubbliche per un totale di 3,4 miliardi di dollari.
Del personale di queste società fisicamente si spostò dall’Iraq a New Orleans per poter seguire i progetti di appalto, ed in poche settimane anche qui si ricreò
un clima da zona verde, con i protetti dentro e gli esclusi fuori, con corruzione, sprechi, falsi in bilancio e fatturazioni alterate, errori di gestione: il ripetersi di queste anomalie faceva sorgere il dubbio che non si trattasse solo di errori.
Gli appaltatori erano ben remunerati attraverso enormi contratti, in parte disattesi o con servizi scadenti, compensati da contributi per la campagna elettorale di Bush che a sua volta aumentava gli stanziamenti a favore degli appalti (circa 200 miliardi di dollari dal 2000 al 2006). Ma c’è di più: come in Iraq, anche qui i lavoratori locali erano esclusi dagli ingaggi di lavoro che avrebbero potuto essere stati un’occasione di riqualificazione della comunità, e gli appaltatori preferivano immigrati senza documenti (per il 25%, in parte non pagati).
Alla fine il governo decise di tagliare i sussidi per poter compensare le enormi spese sostenute: così i disastrati pagarono due volte: le spese di appalto e la cancellazione dei sussidi.
Una volta le tragedie nazionali erano momenti in cui le divisioni nella comunità venivano dimenticate e si ritrovava coesione. Oggi avviene il contrario e la zona verde di Baghdad è l’espressione più chiara di questo ordine mondiale. Tutto funziona all’interno grazie allo stato “privato” in appalto, nulla funziona fuori, “terra di nessuno” saccheggiata e conquistata.
Ma la “zona verde” non è una caratteristica solo di Baghdad: è il risultato del capitalismo dei disastri, con inclusi ed esclusi, protetti e dannati, con la cancellazione della sfera pubblica (azienda elettrica, ospedali, scuole, uffici pubblici, tribunali) e costruzione di comunità recintate, con fornitori privati pagati con soldi pubblici compresi gli enormi investimenti di infrastrutture aziendali: prima fra tutte la Blackwater, con un bilancio che per il 90% è derivato da appalti statali e che ha allestito un esercito privato di 20000 persone con infrastrutture, aeroporti, aerei, elicotteri basi di addestramento, cioè quasi uno stato nello stato senza che i cittadini, che l’hanno finanziata, potessero avere alcun diritto su di essa.
La Blackwater è stata definita la “Al Qaida” dei buoni e questo è un paragone sconcertante ma molto eloquente su come sarà il futuro di tutti noi.
Questo ci dice che con Bush lo stato ha perso la capacità di esserlo ed ha delegato altri a farlo ma è anche vero che non potrà prolungarsi all’infinito questa manna di appalti: gli Usa sono in procinto di precipitare in una crisi economica seria proprio a causa di queste spese insensate (ndr: questa affermazione è stata fatte nel 2006, durante la stesura del libro pubblicato nel 2007 e precede solo di un anno la grande crisi finanziaria globale che, non dimentichiamolo, è stata originata dagli USA !).
Ogni angolo degli Usa e direi del mondo assomiglia un po’ a New Orleans ed a quello che lì sta accadendo: abbandono di parte della scuola pubblica, case popolari, sanità pubblica, giustizia ed è quello che sta accadendo anche altrove nel mondo quando si parla di federalismo in modo egoista ed antistatale contro i servizi pubblici per i più deboli.
Il prossimo passo, quello che sembra emergere dai fatti, è passare da una privatizzazione in periodo di emergenza ad una privatizzazione in circostanze ordinarie: i test sono finiti (Iraq).
Al Forum Economico di Davos del 2007 imperava il “dilemma di Davos” cioè il contrasto fra la situazione favorevole dell’economia mondiale e i crescenti problemi politici del pianeta.
Dopo il crollo azionario del 2000, gli attentati del 2001, le guerre, le tensioni politiche, il picco del prezzo del petrolio, il blocco dei negoziati di Doha e lo scontro con l’Iran, la disconnessione fra politica e mercati era totale.

In breve, il mondo era diventato meno pacifico e più instabile ma stava accumulando più profitti (per pochi) grazie alla espansione del capitalismo dei disastri (armi, sicurezza, high tech,
appalti per le forze armate, privatizzazioni): il principio “più stabilità più sicurezza e crescita” era stato cancellato dai fatti.
Esempio: la Lockheed Martin aveva ricevuto 25 miliardi di US$ (BUS$) nel 2005, era una delle aziende che avevano spinto per la guerra in Iraq ed aveva triplicato le quotazioni in borsa dal 2000 al 2005.
Oggi ogni nuova ricostruzione e accolta con gioia dai business man: 30 BUS$ per l’Iraq, 13 BUS$ per lo tsunami, 100 BUS$ per New Orleans, 7,6 BUS$ per il Libano senza contare i profitti delle major del petrolio con l’aumento dei prezzi (40 BUS$ nel 2006 per ExxonMobil).
E i disastri non mancano perché oltre a quelli naturali ci sono quelli congeniti con un capitalismo che ha bisogno sempre di espandersi. Non solo guerre quindi, ma anche conflitti a bassa intensità (Nigeria, Colombia, Sudan), disastri ambientali e climatici, e ritorsioni terroristiche in risposta al capitalismo.

C’è un innegabile nesso tra energia e guerre; la stabilità e la pace possono essere “ostacoli” all’espansione liberista che è più a suo agio nella confusione e turbolenza generalizzata. L’instabilità può essere la “nuova stabilità”.
In Israele ad esempio, le guerre e attentati sono aumentati ma la borsa di Tel Aviv è salita a livelli record e il tasso di crescita del paese è paragonabile nel 2007 a quelli di Cina ed India.
Perché ? molto prima che negli USA in Israele era attiva ed in forte espansione un’economia legata alla sicurezza: 350 società di occupano di prodotti della sicurezza ma un’economia del genere basata sulla premessa della guerra è un’idea piuttosto pericolosa.

Negoziare la pace con i Palestinesi avrebbe permesso invece ad Israele di impostare la sua economia su basi diverse.
Poco prima degli accordi di Oslo nel 1994 fra Rabin e Arafat la pace era molto vicina ma poi la situazione precipitò irreversibilmente.
La premessa di Oslo però era basata sulla pace dei mercati piuttosto che sulla pace delle bandiere che sarebbe venuta dopo in conseguenza dei vantaggi della prima.
Molte le cause del fallimento: l’assassinio di Rabin, l’espansione dei coloni, i kamikaze, l’idea un po’ neocolonialista della stessa pace vista come
pace fra diseguali, l’arrivo di profughi ebrei dalla Russia devastata dalla shock economy di Eltsin, e lo spostamento dell’economia di Israele sempre più su sicurezza e antiterrorismo high-tech che spinse i settori più ricchi e potenti della società israeliana ad abbandonare l’idea di perseguire la pace a favore di una guerra perenne in continua espansione.
L’arrivo dei profughi tolse posti di lavoro ai palestinesi totalmente dipendenti da Israele (150000 lavoratori ogni giorno si recavano in Israele) e nel 1993 Israele chiuse le frontiere impedendo lavoro e commercio ai palestinesi con un crollo del PIL palestinese del 30% ed un aumento della povertà del 33%.
Non era la pace dei mercati di Oslo, ma la “scomparsa” dei mercati: e si arrivò così all’esplosione della violenza, la seconda intifada, con la provocazione della visita di Ariel Sharon nel 2000 al Monte del Tempio (al Haram al-Sharif per i palestinesi) subito dopo l’incontro di Camp David fra Barak e Arafat nel luglio 2000 le cui condizioni erano troppo onerose per Arafat.
Dopo questi fatti Israele cominciò a costruirsi le sue barriere di sicurezza, i muri dell’apartheid, con la precaria economia israeliana risollevata dall’esercito che aveva sostenuto le imprese high tech (data mining, profiling dei terroristi), più duramente colpite dalla crisi che in altre parti del mondo. Le esportazioni di prodotti e servizi antiterrorismo aumentarono dal 2003 in poi fino a risollevare l’economia fino a livelli record e fare di Israele il quarto esportatore al mondo di armi: la sicurezza è più importante della pace disse Len Rosen, importante banchiere d’investimento israeliano.
La guerra al terrore aveva rimesso in salute l’economia israeliana (la stessa ricetta di Bush per gli USA) e non c’era da vergognarsi visto il successo delle imprese israeliane anche all’estero: esportare antiterrorismo era più redditizio della pace e per questo avevano abbandonato la pace al
suo destino ed impostato l’economia in tal modo, provocando anche qui una brusca stratificazione della società israeliana in ricchi e poveri, tagli, privatizzazioni con un aumento della povertà fino al 24,4%,.
Di riflesso nel 2006 l’economia palestinese aveva subito un calo del 10-15% ed un
aumento della povertà fino al 70%.
Resta quindi Israele con il suo conflitto perenne a bassa intensità, “vitale” per la sua economia come per ogni capitalismo dei disastri che si rispetti, con conflitti logoranti e infiniti e paramilitari privati che combattono quel tanto per poter difendere le ricchezze o, ad esempio le risorse petrolifere, come in Colombia e Nigeria.
Conclusione
Lo shock si esaurisce: la ricostruzione dal basso
Nel novembre 2006 muore Milton Friedman “l’ultimo grande leone dell’economia liberista” (National Post, Canada, T. Corcoran).
Ovunque la scuola di Chicago abbia imposto la sua dottrina si sono ripetuti i modelli di stratificazione sociale con arricchimento dei ricchi e impoverimento dei poveri.

Il “successo” politico del Cile, primo esperimento, è stato poi globalizzato. Questa la sintesi ed i risultati dopo 30-40 anni di sperimentazione della shock economy.
Uno studio dell’ONU del 2006 aveva accertato che il 2% più ricco degli adulti possedeva oltre il 50% dei beni mobili mondiali.

L’economia del “trickle down” non si era realizzata.
Rimaneva una lunga lista di colpevoli spesso impuniti: Pinochet in Cile, Bordaberry in Uruguay, Videla in Argentina, Sanchez de Losada in Bolivia, Eltsin, gli oligarchi e gli uomini di Harvard in Russia, e molti altri in molti altri paesi.
Solo dopo molti anni gli effetti di questi shock si sarebbero consumati e con il passar del tempo l’inizio della resistenza allo shock : Cina, Bolivia, Libano, facendo saltare l’equazione friedmaniana per cui
libertà e capitalismo erano indivisibili.
Anche Bush aveva fatto suo questo principio: la lotta per la libertà era la lotta per la democrazia e la libera impresa, ma nelle elezioni di medio termine del 2006 negli USA il 64% dei cittadini la pensavano diversamente ed era per una democrazia del welfare.
Intanto sulla scena internazionale si affacciavano oppositori all’economia liberista più decisi: Chavez in Venezuela ed il Frente Amplio di centrosinistra in Uruguay dimostrando che dove si era avviata una sfida aperta al Washington Consensus le sinistre avevano successo mentre dove le politiche rimanevano invariate la democrazia e la partecipazione diminuivano.
Anche in Europa la libertà dei popoli si scontrava con la libertà dei mercati e del capitalismo selvaggio: la Costituzione Europea veniva bocciata in due referendum nazionali, Francia e Olanda; in Polonia si era innescata la rivolta contro le politiche liberiste degli anni ’90, in Russia il successo di Putin, anche se opaco e discutibile, era dovuto alla necessità di bloccare il processo liberista senza un ritorno al socialismo.
Il socialismo aveva funzionato e le cooperative gestite in modo democratico avevano funzionato dalla Scandinavia fin nella piccola Emilia Romagna.
Allende voleva questa miscela di democrazia e socialismo, Gorbaciov non era lontano da questa idea sul modello scandinavo, in Sudafrica inizialmente si voleva una cosa molto simile, ed i lavoratori di
Solidarnosc in Polonia avevano fondato il movimento non per lottare contro il socialismo ma a favore del socialismo e per una gestione democratica del paese e dei luoghi di lavoro.
Bush afferma che il ventesimo secolo è terminato con la vittoria decisiva dei liberi mercati su tutte le forme di socialismo,
ma i principi socialisti non sono mai stati sconfitti in una grande battaglia di idee ma solo rimossi dagli shock economici e delle dittature: le torture (Pinochet), i carri armati (Eltsin, Deng Xiaoping), la corruzione di apparati dell’opposizione (ANC), la svendita di programmi politici in cambio di salvataggi finanziari (Solidarnosc), “...perché il sogno dell’uguaglianza economica è così popolare, e così difficile da sconfiggere in una lotta ad armi pari, che la dottrina dello shock si è imposta...” (Pag. 516).
Gli USA hanno sempre visto la socialdemocrazia come una minaccia grave ed ovunque hanno fatto in modo che un governo marxista non arrivasse mai al potere ed avesse successo con le sue politiche sociali: da Allende in poi.

Come accennato prima, il sogno di Allende ed ogni sogno socialdemocratico non è stato vinto o distrutto ma solo ridotto al silenzio dalla paura e oggi l’America Latina sta riemergendo in forza
anche del meccanismo che Kissinger temeva tanto: la contaminazione delle idee e diffusione per imitazione.
In Argentina dopo il 2001 l’opposizione alle privatizzazioni era molto sentito (ndr.: oggi, dicembre 2008 si sta parlando di nazionalizzare il sistema pensionistico), Lula fece lo stesso in Brasile contro le privatizzazioni, Ortega in Nicaragua era contro la vendita dell’azienda di stato elettrica, Correa in Ecuador contro il liberismo, Morales in Bolivia aveva nazionalizzato le miniere ed i giacimenti di gas, ed in Messico era scoppiata una protesta elettorale per mesi; Kirchner in Argentina, imprigionato durante la dittatura e Michelle Bachelet in Cile, imprigionata e torturata insieme alla madre a Villa Grimaldi (cubicoli di isolamento in legno) dopo che il padre rifiutatosi di partecipare al golpe di Pinochet era stato assassinato, hanno vinto perché contrari al liberismo della scuola di Chicago.

Oggi in America Latina vi è una consapevolezza nuova di non ricadere nell’errore di ripiombare negli shock del passato e si sono organizzati in un modo nuovo: in Venezuela con Chavez le reti progressiste sono molto decentralizzate con potere diffuso nelle comunità; in Bolivia le comunità dei barrios appoggeranno Morales fino a quando resterà fedele al suo mandato. Questa organizzazione reticolare ha fatto in modo che Chavez resistesse al tentato golpe del 2002.
Tutti questi leader stanno anche prendendo misure per prevenire futuri golpe appoggiati dagli USA: Venezuela, Costa Rica, Argentina, Bolivia, Ecuador e Uruguay non invieranno più studenti nelle università americane, l’Ecuador non rinnoverà il permesso delle basi americane a Manta; Brasile, Venezuela e Argentina stanno recuperando dalle macerie dei regimi le cooperative dei contadini senza terra in modo da ricostruire la democrazia della vita quotidiana muovendosi in modo contrario alla privatizzazione e facendo nascere cooperative da pezzi di infrastruttura statale con gestione affidata alla comunità.
Il miglior antidoto contro futuri shock economici è dato da diversi fattori come l’indipendenza crescente dall’America Latina dalle istituzioni finanziarie di Washington (FMI, WTO, WB), l’integrazione fra governi, gli accordi ALBA (alternativa boliviana al commercio) dove ogni paese fornisce i beni che può produrre meglio in modo indipendente dal mercato globale, sostanzialmente come avviene in un sistema di baratto; ad esempio la Bolivia fornisce gas al Venezuela e questi petrolio a prezzi agevolati, mentre Cuba fornisce assistenza medica.
Oggi grazie al prezzo del petrolio molto alto il Venezuela può finanziare molti paesi poveri permettendo loro di aggirare gli aiuti di Washington.
Brasile, Nicaragua, Venezuela, Argentina Bolivia o stanno uscendo dal FMI o dalla WB e rifiutano accordi con essi; di conseguenza il portafoglio prestiti America Latina del FMI si è ridotto dall’80% all’1% del portafoglio totale. La Bolivia è anche uscita dalla corte arbitrale della WB dove le multinazionali hanno sempre ragione.

Dal 2007 la WB ha perso credibilità, e nel 2006 i negoziati del WTO sono collassati.
Ma è in Cina che oggi si vedono i risvolti più evidenti di un risveglio dallo shock e per la difesa dei diritti dopo il massacro di Tienanmen.
Ora che i meccanismi della dottrina dello Shock economico sono ormai ben compresi dalla popolazione è difficile cogliere di sorpresa intere comunità e gettarle nella confusione e nella paura e manca l’elemento cruciale della sorpresa.
Un esempio eloquente di questo è il Libano dove la popolazione insorta e sostenuta dal partito Hezbollah (stato nello stato) ha rifiutato dopo la guerra del 2006 gli aiuti che avrebbero prodotto le consuete conseguenze liberiste sui mercati e sul livello di vita della popolazione stessa, sulla base di quanto successo in precedenza con l’affarista miliardario e primo ministro Hariri, poi assassinato nel 2005, con i suoi progetti di ricostruzione liberisti operati in passato.
La resistenza a questa alternativa era stata tale che aveva fatto nascere anche una ricostruzione parallela finanziata da Hezbollah, e che i libanesi approvavano pensando all’altra alternativa ben peggiore di Solidere (ricostruzione urbanistica del centro di Beirut).


La sfiducia nei governananti ha rappresentato un ottima risposta alla regressione dovuta allo shock: in spagna Aznar non ha avuto successo con le sue affermazioni dopo gli attentati del 2004, percepiti come segnali di fascismo in ascesa; in Thailandia le case dei pescatori sono state ricostruite sulle spiagge solo dopo pochi mesi grazie alle popolazioni che hanno rioccupato le proprie terre rifiutando di attendere il piano di ricostruzione ufficiale, negoziando i propri diritti e creando un precedente che aveva anche spinto gli abitanti di New Orleans (Katrina) ad imitare quel comportamento, consci del fatto che ricostruendo le case si ricostruiva se stessi, ricominciando dalle macerie.
Ricostruzione dal basso come antitesi al capitalismo dei disastri, in modo radicato, da artigiani, aggiustando ciò che è stato rotto, rafforzandolo e rendendolo migliore e più equo, ed accumulando resistenza per il prossimo shock.

Grazie a Giuseppe Poliani (giupolia@tin.it) 24 Dicembre 2008 

Naomi Klein