domenica 25 gennaio 2015

Enunciazioni passate dell'€truffa

U€ O NON € THIS IS THE QUESTION❓



Cosa passava per la mente dei politici che governavano il paese agli albori dell'infelice idea di costruire la gabbia, dell'€? Il fatto è, che già negli anni settanta, la consapevolezza dimostrata, da atti parlamentari dell'epoca,  che della trappola delle valute era certa e matematicamente fallimentare. Ma già in quegli anni le lotte parlamentari si facevano su chi tuonava e ci avvertiva responsabilmente sull'insostenibilità dell'area UEM, ed era abitudine (anche odierna) di  sproloquiare sull'essere anti-europeista, come dire: non é possibile non credere al "sogno" di egemonia popolare e ricchezza diffusa. Balle!!!  lo sapevano ed in più c'è chi ha cambiato idea e se la tiene istituzionalmente stretta ancora oggi.
Il ridisegno della società europea, ma più di tutto quella italiana è avvenuto...le conseguenze sono sotto i nostri occhi .
Ora vediamo (argomento ampiamente divulgato in rete ma, attualissimo e da condividere) come questo fosse stato tutto previsto...     nell’ intervento   di    Luigi    Spaventa http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Spaventa alla camera dei deputati, era il 12 Dicembre del 1978 occasione ne era la ratifica italiana del sistema monetario "SME" (spiego qui la nostra uscita nel 1991  
seduta martedi 12 dicembre 1978

Signor Presidente,
colleghi deputati, signori rappresentanti del Governo, so - e quanto ci è stato detto oggi lo dimostra - che il Presidente del Consiglio [Giulio Andreotti] non tiene in gran conto le questioni tecniche o i pareri tecnici, che egli riduce ogni questione tecnica solo a questione politica e che, compiuta questa operazione egli - forse non a torto - pensa solo a chi conta, poco curandosi di valutare benefici e costi che derivano da una decisione.

Per questa ragione, per non tediarlo, mi limiterò solo a riassumere, quasi per memoria, tutte le ragioni economiche che hanno indotto una larga maggioranza di studiosi e di esperti di orientamento politico il più diverso e variegato - e tra questi alcuni che hanno cambiato idea all'ultimo minuto - ad esprimere valutazioni non positive sul sistema monetario europeo, quale si veniva configurando, e sull'opportunità della nostra adesione ad esso.

Riassumerò solo questi punti di vista, perché vorrò poi considerare quale rispondenza vi sia fra quanto a suo tempo richiesto dal Governo - e non solo dal Governo, ma anche da persone che oggi reclamano la nostra adesione a qualsiasi costo - e quanto ci viene oggi offerto.
E mi chiederò, infine, quali siano le ragioni politiche che dovrebbero sovrastare ogni altra considerazione e indurci ad una adesione immediata, come ci è stato annunciato, piuttosto che a soluzioni più caute e meno gravide di rischi per la nostra economia.

Le ragioni che sono state addotte dagli esperti, da tecnici, da economisti, da ministri del suo Governo, signor Presidente del Consiglio, per dubitare dell'opportunità di una nostra adesione immediata al sistema monetario europeo sono di due tipi, e non riguardano solo l'Italia, come viene generalmente detto.

Un primo ordine di ragioni trae la fonte dal presente assetto dei rapporti economici internazionali.
Sappiamo oggi che, in seguito all'aumento dei prezzi del greggio, esiste un disavanzo strutturale delle partite correnti del complesso dei paesi industrializzati e che questo disavanzo complessivo non può essere ridotto con movimenti di cambio, ma può essere ridotto solo attraverso movimenti  di reddito e recessione.
E allora, se non si definisce il saggio di crescita per il complesso dei paesi industrializzati, risulta impossibile definire per ciascun paese un tasso di cambio di equilibrio.
Mancando informazioni sul tasso di crescita che l'area vuole perseguire, mancando decisioni su quanto del disavanzo complessivo tocchi a ciascun paese in relazione alla sua dipendenza dall'estero e alle sue esigenze di sviluppo, non esiste per ciascun paese tasso di cambio di equilibrio.
E mancando queste intese, il disavanzo complessivo, quasi che fosse un carico che si muove non stivato bene in una nave su un mare in tempesta, tende a concentrarsi in quei paesi la cui crescita diviene più rapida di quella degli altri o in quelli in cui i costi ed i prezzi aumentano più  rapidamente degli altri.
In questa situazione, i movimenti di cambio correggono, pur se temporaneamente, i risultati di una diversa evoluzione di costi e prezzi, di una diversa inflazione, ma non riescono ad assicurare la possibilità di una crescita più rapida degli altri ai paesi che vogliano farlo.

Poiché persistono differenze tra diversi paesi in merito alle esigenze ed agli obiettivi di crescita, si manifesta una generale tendenza all'abbassamento del ritmo di crescita.
Ciò dipende dalla asimmetria di trattamento fra paesi che si trovano in disavanzo perché vogliono crescere di più e paesi che si trovano in avanzo perché vogliono svilupparsi di meno.
La riduzione delle riserve e la difficoltà di rinvenire prestiti obbliga i primi - i paesi in disavanzo - a politiche interne restrittive, ma non vi è alcuna sanzione che obblighi i paesi che accumulano riserve ad adottare politiche interne più espansive.
E, dopo tante altre, la recente vicenda degli Stati Uniti è la prova immeditata di queste proposizioni.
Mentre l'Europa languiva e si compiaceva di una stagnazione della crescita, gli Stati Uniti tentavano di riprendere una loro crescita.
Qual è stata la risposta europea?
La risposta europea non è consistita nell'alleviare il disavanzo della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, promuovendo una crescita maggiore.
L'Europa ha chiesto agli Stati Uniti di ridurre la loro crescita; ha consentito e promosso una svalutazione del dollaro; ha raggiunto una situazione che in ogni libro di testo di economia si definirebbe “molto meno che ottimale”.

Il sistema monetario europeo nasce, per così dire, all'insegna di questa risposta.
Quest'area monetaria rischia oggi di configurarsi come un'area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell'occupazione e del reddito.
Infatti, signor Presidente del Consiglio, non sembra mutato l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna.
Da ciò deriva un sacrificio per i paesi più deboli, che potrebbe essere evitato con generale vantaggio se si instaurassero regole efficaci di simmetrie e di obblighi, ma tali regole sono state rifiutate non tanto con riferimento agli interventi di cambio degli accordi di Brema, ma con riferimento al tentativo generoso a suo tempo compiuto dall’OCSE: le richieste dell'OCSE furono esplicitamente accantonate nel vertice di Bonn.
Inoltre - come è stato detto altre volte (e mi limito qua a riassumere sempre per non tediarla) - il sacrificio per i paesi più deboli può risultare più accentuato dalla circostanza che il problema del dollaro, come risulta dal comunicato, non è stato neppure affrontato nei diversi vertici ed in particolare in quello di Bruxelles.

Sempre per riassumere, consideriamo ora le questioni che non riguardano l'economia internazionale, ma la nostra economia.
Si vorrà riconoscere che la nostra economia parte con differenti condizioni iniziali, quali che siano i propositi che noi ci possiamo porre e quali che siano le intenzioni che noi possiamo avere.

In primo luogo, nell'ambito della Comunità europea, abbiamo - a  parte l’Irlanda - l'economia con il più basso livello di reddito pro capite, con le massime differenze regionali di sviluppo, con la disoccupazione più elevata, con la struttura industriale più fragile: in conseguenza dovremmo cercare di realizzare un tasso di crescita del reddito, e soprattutto degli investimenti, più elevato di quello degli altri paesi.
In conseguenza, ancora, se non vogliamo ricorrere - come nessuno di noi vuole ricorrere - a misure. protezionistiche, data la propensione ad importare il tasso di sviluppo delle nostre esportazioni dovrebbe essere più elevato di quello altrui, onde pagare le importazioni necessarie per la nostra crescita; oppure dovremmo poter contare su stabili entrate in conto capitale.

In secondo luogo, nonostante i progressi compiuti, persiste da noi una notevole differenza di inflazione, di costi e prezzi rispetto alle altre economie europee: nella migliore delle ipotesi l'accostamento alla media europea potrà essere solo graduale a causa della forza dei fattori iniziali e delle difficoltà di rovesciare le aspettative.
Sarà comunque impossibile, sia per noi sia per gli altri paesi, adeguarsi al ritmo di inflazione previsto per la Germania che rappresenta un fattore di squilibrio non minore oggi di quanto non sia il nostro ritmo di inflazione.

Queste valutazioni sono state recentemente documentate con precisione dal professor Mario Monti in un articolo su Il Sole 24 ore al quale rinvio i colleghi.
In un momento in cui la situazione monetaria internazionale è in uno stato di profonda incertezza - soprattutto per quanto riguarda i rapporti di cambio tra il marco ed il dollaro - che cosa avverrebbe in questo sistema monetario (che consiste essenzialmente solo di un accordo rigido di cambio, più rigido di quello di Bretton Woods, perché non sono consentiti mutamenti unilaterali di cambio, non integrato neppure dalla definizione di obiettivi di crescita né temperato da una attribuzione di obblighi proporzionati alla forza relativa delle diverse economie) se si verificasse nuovamente - prima ipotesi - un indebolimento del dollaro?
Il marco subirebbe pressioni al rialzo, accentuando i movimenti speculativi; le valute ad esso agganciate subirebbero rivalutazioni effettive; nel caso della lira, tali rivalutazioni risulterebbero ancora maggiori in termini reali, ossia in rapporto alla evoluzione differenziale di costi e prezzi.
Infatti, non solo di rivalutazioni effettive si deve parlare, ma anche di rivalutazioni in termini reali.
Ne deriverebbe una delle due conseguenze: o un ulteriore sacrificio della crescita per ridurre le importazioni, onde mantenere un livello di cambio realistico, oppure svalutazioni ripetute, ma sempre tardive rispetto alla perdita di riserve che si sarebbe nel frattempo verificata.

Consideriamo l’ipotesi opposta, signor Presidente: una ripresa tendenziale del dollaro, dovuta non già ad un più rapido sviluppo delle economie europee - come sarebbe desiderabile - ma a tre altri fattori, tutti negativi, che derivano dalla risposta che l’Europa ha voluto dare alla crisi degli Stati Uniti: riduzione dello sviluppo statunitense; aumento, già verificatosi, dei tassi di interesse americani e dunque dei tassi di interesse sul mercato dell’eurodollaro; manifestarsi, con il consueto ritardo, degli effetti della avvenuta svalutazione sulla bilancia commerciale americana.
In questo secondo caso, la nostra economia subirebbe un duplice danno: sulla bilancia commerciale, a motivo del maggiore costo delle importazioni di fonti di energia e di materie prime e a motivo della maggiore competitività delle merci americane; sul conto capitale perché, come già sta avvenendo, si invertirebbe il movimento dei fondi a breve di cui abbiamo finora beneficiato, poiché si verificherebbe un differenziale, a favore del dollaro (anziché a favore della lira, come nell’ultimo anno), dei tassi di interesse corretti per le prospettive del cambio.

Risulterebbe difficile, in questa seconda ipotesi, impegnarsi a mantenere la parità con le altre monete europee e, ove l’impegno sia stato assunto, a mantenerlo per lungo tempo.
Nell’uno e nell’altro caso non è questione di richiedere o di favorire svalutazioni competitive.
Si tratta piuttosto di impedire che il cambio assuma valori incompatibili con le differenze di condizioni iniziali e di esigenze fra i diversi paesi.
Il cambio - è stato correttamente osservato - è la più endogena delle variabili: non può essere trasformata o in obiettivo fine a sé stesso o in strumento da manovrare per il conseguimento di altre finalità.
Gli svalutazionisti di altri tempi (neppure troppo lontani, signor Presidente), sono oggi rivalutazionisti, illudendosi, in base al più recente dei loro modelli, che il problema della nostra inflazione possa essere affrontato con successo imponendo alla lira l’onere di una rivalutazione.

L’esperienza di altri paesi e la riflessione ci inducono a non accogliere questa tesi.
Per quanto riguarda l’esperienza, vorrei rammentare che un tentativo del genere fu compiuto dalla Svezia quando decise di aderire al serpente monetario, nel tentativo di rivestire la virtù scandinava della piena occupazione con il rispettabile abito borghese dell’agganciamento al marco.
Come è noto, la Svezia dovette lasciare il serpente avendo lacerato l’abito e perso la virtù.

Per quanto riguarda la riflessione, conviene rinviare alla illustrazione, compiuta dal governatore della Banca d’Italia nel suo discorso al Forex Club del 15 ottobre, del funzionamento asimmetrico, per quanto riguarda l’effetto sui prezzi, di una svalutazione e di una [ri]valutazione.
E, come ha scritto poi recentemente il professor Monti, il vincolo sulla politica economica interna “non può essere considerato come insostenibile conseguenza di un’entrata prematura nel sistema”, poiché in questo secondo caso la ricerca delle responsabilità diverrebbe un battibecco nazionale.

Tenendo presenti tutti gli inconvenienti - attuali e potenziali - che ho indicato, e che prima di me hanno indicato tanti esperti, studiosi e operatori intervenuti nel dibattito, quali condizioni, quali temperamenti avrebbero potuto rendere la nostra adesione ad un accordo di cambio non dico appetibile, ma almeno sopportabile?
Vi è solo l’imbarazzo della scelta nell’indicazione di queste condizioni, nella citazione delle fonti autorevoli che le elencano: il discorso del ministro del tesoro alla Camera il 10 ottobre, il discorso del governatore della Banca d’Italia il 15 ottobre, l’audizione dello stesso governatore presso la VI Commissione del Senato il 26 dello stesso mese, un discorso del ministro per il commercio estero il 9 novembre, ripetuti interventi del ministro dell’agricoltura.

Nella versione più blanda - si badi, più blanda - si chiedeva che il sistema monetario europeo rispettasse tre condizioni: che esso fosse subito operativo nei tre aspetti originali previsti, relativi agli accordi di cambio, ai sostegni di credito e alle misure in favore delle economie meno prospere; che ciascuno di questi aspetti avesse requisiti minimi di accettabilità; [che] offrisse caratteristiche di flessibilità in grado di accompagnare senza sussulti il cammino di rientro dell’Italia verso condizioni economiche generali prossime a quelle dei paesi più forti.
Non risulta che quanti oggi chiedono perentoriamente l’ingresso dell’Italia in questo sistema monetario europeo, così come esso è nato a Bruxelles il 6 dicembre, abbiano mai eccepito a quelle condizioni quando esse furono enunciate, ed abbiano significato al Governo l’opportunità di non porre requisiti irrinunciabili.
Dirò di più: le condizioni indicate dal Governo erano poca cosa rispetto a quelle elencate agli inizi di settembre, ed ancora a fine novembre, da un mio collega universitario che siede nell’altro ramo del Parlamento, tanto brillante quanto drastico nell’espressione dei suoi pareri e tanto drastico quanto volubile nell’indicazione delle ipotesi e delle conclusioni.

Scriveva allora il professor Andreatta (e queste opinioni egli ribadiva ancora in ottobre) che il - problema dei trasferimenti di reddito era reale e serio, soprattutto con riferimento alla politica agricola e a quella di bilancio; che le proposte di Brema - di Brema, si badi bene! - parevano insoddisfacenti rispetto alla esperienza passata, che occorreva evitare la fissazione di parità bilaterali rifacendosi invece ad un cambio effettivo secondo tecniche seguite da molte banche centrali, compresa la nostra (così egli diceva allora, quando ancora non l’aveva assunta a oggetto di ludibrio); che occorreva che le valute del debitore involontario fossero sterilizzate dal creditore; che occorreva dotare il nuovo sistema di possibilità di credito ampie e automatiche e non condizionate; che si doveva definire a livello comunitario, e possibilmente d’accordo con la riserva federale americana, la zona di fluttuazione con il dollaro; che era necessario prevedere un meccanismo che consentisse aggiustamenti frequenti, automatici e simmetrici delle parità.
Lo stesso professor Andreatta avvertiva il 29 novembre che “nessun trasferimento di reddito può compensare un fattivo accordo sul meccanismo di cambio” e che tuttavia, “poiché il nostro paese deve crescere più della media comunitaria,” occorreva sia - cito ancora - “rovesciare l’attuale piccolo deficit dei nostri trasferimenti netti alla Comunità in surplus di un miliardo di unità di conto; sia ottenere crediti a lunga scadenza ad un saggio di interesse politico.”

Naturalmente, signor Presidente, neppure i più entusiasti potevano sperare che questa lunga lista, che questo cahièr des conditiones potesse essere accolto integralmente, e neppure i più rigidi fra noi ritenevano che tale lista nella sua interezza dovesse costituire un obiettivo irrinunciabile.
Anche i più rigidi ed i meno favorevoli accettarono dunque che le condizioni fossero quelle indicate dal Governo, nei termini generali sopra riferiti e nella specificazione di essi - che fu fatta nelle varie enunciazioni che ho citato.

Possiamo ritenere, che quelle condizioni - condizioni veramente minime, quando si considerino i rischi che ho indicato, sia pure per riassunto, e i costi derivanti dalla attuazione dell’accordo di cambio non integrato da intese sulla evoluzione delle economie reali - siano state soddisfatte il 6 dicembre a Bruxelles o, come pure è stato detto, siano state soddisfatte al 60 per cento?
Non pare proprio.

Zero in materia di trasferimenti reali, da ottenersi mediante modifiche delle politiche agricole e di bilancio; pochissimo in materia di crediti: pochissimo non solo per l’esiguità delle somme, ma anche per i condizionamenti posti all’impiego dei fondi medesimi, che devono essere impiegati in modo tale da non alterare le condizioni di competitività, quasi che non si trattasse di portare le regioni più povere della Comunità a condizioni di competitività pari a quelle di altri paesi.

Ancora, negli accordi di cambio non solo non ha trovato soluzione il problema del debitore involontario; forse secondario; ma - più importante - ben poco si è ottenuto, come risulta dai documenti, in materia di simmetria degli obblighi di intervento e di aggiustamento delle parità.
Ove il paese deviante verso l’alto sia la Germania, essa potrà sempre addurre circostanze speciali che la esonerino dagli obblighi di intervento, dalla adozione di misure di politica monetaria o da una rivalutazione; ma il paese deviante verso il basso, signor Presidente del Consiglio - e questo lo sappiamo da lunghe esperienze - finirà presto o tardi per dovere imboccare una di queste vie: agli interventi con perdite di riserve faranno seguito svalutazioni non mitigate da contemporanee rivalutazioni della valuta forte, e queste saranno necessariamente completate da restrizioni nella politica monetaria.
Abbiamo ottenuto, è vero, la banda più larga; e si tratta certo - dobbiamo riconoscerlo - di un risultato positivo. Positivo sì, ma non certo decisivo, se, come ebbe a dire il ministro del tesoro alle Commissioni riunite esteri e finanze e tesoro il 20 luglio scorso - cito testualmente - “il Governo italiano non annette eccessiva importanza alla possibilità che siano consentiti in via transitoria ad alcuni paesi margini di fluttuazione più ampi”.
E se, come è stato osservato anche dal Cancelliere federale tedesco, una valuta debole si trova da sola in una banda più ampia, può addirittura costituire un obiettivo più facile per la speculazione, poiché - e questo costituisce un altro punto negativo dell’accordo di Bruxelles - l’assenza della sterlina dall’accordo indebolisce ulteriormente la posizione della lira.
Proprio per questo era stato ripetutamente affermato da governanti e da esperti che il grado di accettabilità del sistema doveva anche giudicarsi dalla circostanza che ad esso avessero aderito tutte le valute comunitarie o solo alcune di esse.

Il bilancio del vertice di Bruxelles è dunque negativo, proprio in relazione alle condizioni che il Governo aveva definito irrinunciabili, con l’assenso parlamentare e con quello delle forze politiche.
Presidente del Consiglio, se avesse aderito all’accordo del 6 dicembre, avrebbe smentito il suo Governo.
Temo che il Presidente del Consiglio comunicandoci oggi l’adesione senza che alcunché di nuovo sia intervenuto, abbia smentito oggi il suo Governo.
Ma ci si dice, e con clamore crescente: “Siano messe da parte queste ”tecnicalità”! Che importa ottenere un po’ più o un po’ meno di flessibilità, un po’ più o un po’ meno di simmetria, quando il problema è politico e, superata la fase delle negoziazioni, deve trovare soluzione politica?”.
Si potrebbe facilmente obiettare che, se così fosse, ci si potevano ben risparmiare tante pene e tante fatiche, sopratutto al ministro del tesoro. Si poteva dire subito che la questione era se entrare o non entrare e non a quali condizioni.
Il Presidente del Consiglio poteva presentarsi in Parlamento e sollecitare l’assenso all’ingresso, con mandato ad acquistare il biglietto di ingresso “al meglio”, come si dice in gergo borsistico.

Ma, al di là di questa notazione, ci si può ben chiedere in quale senso il problema sia solo politico (come certamente è), ma tanto politico da indurre a trascurare completamente una valutazione dei costi economici derivanti al nostro paese dal particolare assetto che quel nuovo sistema viene ad assumere.

Vi è un senso più chiaro e più nobile in cui il problema può essere definito politico: si ritiene che l’edificazione del sistema monetario rappresenti il primo sussulto dell’idea europea dopo anni di letargo; l’occasione non può e non deve essere persa; pur di rafforzare la Comunità, occorre sopportare anche i sacrifici che derivano dalle imperfezioni tecniche del sistema.
Questo è un argomento che occorre valutare con attenzione, perché, come ripeto, è il più serio e il più nobile che ci venga offerto.

Obiettare a questo argomento è pericoloso - si badi - perché si rischia di essere marchiati di antieuropeismo, si rischia di essere marchiati come nazionalisti, come retrogradi, perché esiste anche una sorta di terrorismo ideologico europeistico.

Ma obiettare si deve.

Sono, quelle del sistema monetario, imperfezioni tecniche o non piuttosto i difetti di una creatura nata politicamente male e politicamente malformata?
Non derivano, queste imperfezioni, dagli egoismi nazionali degli altri paesi più forti della Comunità?
Perché mai, altrimenti, i costi che ci si chiede di sopportare dovrebbero essere solo i nostri, mentre non paiono esservi costi per i paesi più forti?
Queste domande io vorrei porre agli amici europeisti, insieme a tante altre.
Perché in sede comunitaria non si parla più, se non con sprezzante fastidio, del rapporto McDougall, che definiva i lineamenti di una nuova politica - questa, sì, veramente europea, nel senso più vero e più pieno del termine! - una politica di bilancio per l’intera Comunità, indipendentemente dalle nazioni che ad essa appartenevano?
E perché gli amici europeisti non si battono, piuttosto che per la moneta europea, per l’unificazione delle politiche di bilancio, che sarebbe ben più vigorosa per controllare la nostra spesa pubblica e sarebbe ben più equa per la Comunità?
Perché ogni richiesta di modificare la politica agricola comune, in modo da consentire una protezione non solo ai prodotti forti dei paesi forti, ma anche all’agricoltura nascente dei paesi deboli, viene accantonata?
Perché già si prevede, nelle inchieste condotte dal Governo federale tedesco, che l’ingresso dei paesi mediterranei, da noi desiderato e da noi favorito, si risolverà in una guerra tra poveri, non essendo disposti i paesi ricchi a ridurre alcuno dei loro privilegi?
Perché, nei giorni in cui si trattava sul sistema monetario europeo e si esaltava la nuova funzione che dovrebbe assumere il Parlamento europeo, la decisione di aumentare il fondo regionale, assunta dal Parlamento, è stata prima bloccata dal veto del rappresentante francese e poi definitivamente sepolta al vertice di Bruxelles?
Non attribuisco, signor Presidente del Consiglio, particolare importanza al Fondo regionale, ma poiché di politica stiamo parlando e di segni, questi sono segni.
Perché il gallicanesimo della politica francese ha potuto condizionare l’atteggiamento del Presidente della Repubblica francese, mentre non si ammette che si compia in Italia una valutazione dei nostri interessi nazionali?
Perché non certo l’Italia, ma la Francia, intende limitare i poteri del futuro Parlamento europeo?

A queste domande, signor Presidente del Consiglio, ne aggiungerei un’altra: riteniamo cosa saggia consentire che la Gran Bretagna resti da sola al di fuori del sistema monetario, considerando l’antieuropeismo endemico di quel paese?
Non è questo un modo per privare la Comunità, di fatto se non di diritto, di uno dei suoi membri?
Vi è un secondo senso, signor Presidente del Consiglio, in cui la questione può essere considerata politica, un senso altrettanto chiaro come quello precedente, anche se meno comprensibile.
Occorre - si ragiona - una costrizione esterna affinché la nostra economia segua i comportamenti necessari per il suo risanamento; il sistema monetario europeo è uno strumento che offre questa costrizione, perché rende più duro e rigido il vincolo esterno.

E’ difficile condividere un’impostazione siffatta, non solo perché essa risulta smentita dalla nostra stesa esperienza di anni recenti (e, se mi consente, signor Presidente del Consiglio, dalla sua esperienza del 1973), ma anche per altre ragioni: perché, date le nostre condizioni iniziali, serve a noi un periodo di adattamento, prima di assumere impegni di cambio; perché questo sforzo di risanamento non può avvenire senza consenso, e il consenso deve essere suscitato, non può essere imposto; perché occorre minimizzare i costi sociali ed economici di questo sforzo e non massimizzarli, con punizioni inutilmente costose, come avverrà in presenza di un rigido vincolo di cambio; perché, infine, come ha recentemente scritto con felice espressione il professor Mario Monti, già citato in precedenza, il pur necessario vincolo sulla politica economica interna può “essere altrettanto più efficace se viene vissuto come necessaria preparazione ad un’entrata credibile piuttosto che come insostenibile conseguenza di un’entrata prematura“.
Non resta, a questo proposito, onorevole Presidente del Consiglio, che ricordare quanto due mesi fa ebbe a dire il governatore Baffi: “Sarebbe cattiva ragion politica quella che venisse adottata per ignorare i limiti e le condizioni nei quali possiamo impegnarci. Il regime dei cambi fissi non ha avuto negli ultimi 60 anni un elevato valore coesivo; il sistema monetario europeo darà un contributo alla coesione, ma non possiamo determinarci nel presupposto che esso valga, quasi per incanto, a suscitare negli ambiti nazionali le energie di consensi atti ad allineare rapidamente le politiche interne ad un sistema di obblighi che fosse definito con eccessiva durezza.”

Ed esiste purtroppo un. terzo modo di concepire la questione come eminentemente politica, che è il meno chiaro, il meno nobile.
La questione relativa all’adesione al sistema monetario europeo può essere impiegata quasi a guisa di grimaldello per mutare i presenti equilibri politici di partito e di maggioranza; può essere concepita come prova di forza per affermare una supremazia; può essere intesa come strumento per fini di parte e non come materia di cui si debba valutare l’interesse pubblico.
E il meno chiaro e il meno nobile, questo modo di concepire la questione, dell’adesione al sistema monetario europeo come esclusivamente politica.
Ma purtroppo, onorevole Presidente del Consiglio, lo voglia o non lo voglia, è quello che oggi sembra più avvicinarsi alla realtà dei fatti.
A questo proposito si possono porre alcune domande, che non trovano risposta, se non quella ovvia, appena indicata.

Perché alcuni che, come ho cercato di dimostrare, erano sino a ieri fra gli scettici o fra i dubbiosi, per ragioni economiche e tecniche precise, ma non per questo meno sostanziali, si sono all’improvviso, da un giorno d’altro, schierati fra i fautori dell’adesione immediata?
Ma questa è la domanda meno importante.

Cosa è avvenuto di nuovo fra il 6 dicembre e oggi per averla indotta a sciogliere la riserva allora manifestata?
Nulla, stando a quanto ci ha comunicato stamane.
Perché allora non aderire subito, il 6 dicembre?
Il costo e il contenuto politico dell’operazione sarebbero stati assai minori con una adesione immediata, e la questione che poteva essere prevalentemente tecnica, con un’adesione il 6 dicembre, è oggi diventata, lo si voglia o no, una questione politica.

Infine, perché non si è ritenuto di prendere neppure in considerazione la soluzione, elaborata nei giorni scorsi, dai colleghi del partito socialista italiano che ha trovato espressione formale nella delibera di ieri della direzione del partito socialista italiano?
Era questa una soluzione razionale di fronte a un problema sul quale non vi possono essere certezze, perché le certezze sono stolte su questi problemi, sui quali la ragione suggeriva soluzioni caute e tali da rendere minimi, nei limiti del possibile, i rischi per la collettività nazionale.
In una soluzione di questo tipo si sarebbe potuto trovare un punto di unità, un punto di impegno serio, senza intrusioni, in una questione di tale importanza, da parte della bassa cucina della politica.
Onorevole Presidente del Consiglio, la sua scelta, dunque, in un modo o nell’altro, nel senso più nobile o in quello meno nobile, è stata politica.
Ella, infatti, ha ritenuto di accantonare le questioni tecniche; e d’altra parte ella è persona di troppo buon gusto per attribuire importanza allo status symbol dell’appartenenza ad un club: non basta il pagamento di una quota di abbonamento assai salata per ottenere la vera eguaglianza con gli altri membri.
Questa eguaglianza ce la dobbiamo costruire noi, con le nostre mani, con i nostri sacrifici, e per questo dobbiamo ottenere e sollecitare un consenso. Ma questo consenso, onorevole Presidente del Consiglio, non lo si ottiene con le formule monetarie o con le imposizioni esterne. E’ nostro dovere, dovere di ciascuno di noi, contribuire allo sforzo di risanamento del paese ed augurarci che tutte le diagnosi tecniche contrastanti con la scelta eseguita siano errate.
Questo è un nostro preciso dovere. Il dovere dunque, è nostro.
Ma da oggi, onorevole Presidente del Consiglio, la responsabilità per ogni costo indebito che ci debba derivare da questa frettolosa adesione al sistema monetario è sua, e non potrà essere attribuita ad altri.


(Vivi applausi all’estrema sinistra - Molte congratulazioni).



In rete circola anche l’intervento dell’allora deputato del PCI G: Napolitano sembre in merito alla discussione dello SME. Intervenendo a nome del partito, illustrava anche lui, la contrarietà a quello che sarebbe diventato il sistema monetario unico e argomentava sostenendo che l’euro era fondato su un concetto insostenibile.

Seduta mercoledi 13 dicembre 1978


Signor Presidente, onorevoli colleghi,
siamo tutti consapevoli, credo, del significato e della difficoltà di questo dibattito. E’ in gioco una decisione  importante, rispetto alla quale i pareri sono discordi, mentre vengono alla luce modi diversi di concepire lo sviluppo della Comunità europea e di intendere la presenza e il ruolo dell’Italia in seno alla Comunità.
Ma, se c’è un paese in cui la discussione attorno a questi problemi, attorno ai problemi suscitati dalla proposta di accordo monetario europeo, avrebbe potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi, senza essere alterata e deviata da contrapposizioni ideologiche e da manovre politiche, questo paese, onorevoli colleghi, è il nostro.
In Italia, infatti, tra i partiti democratici, tra le forze fondamentali della nostra società e nello spirito pubblico non circolano pregiudizi antieuropeistici; non operano né tradizioni di isolamento, più o meno splendido, dal resto dell’Europa, né presunzioni di grandezza nazionale. Le tendenze nazionalistiche, sfruttate ed esasperate dal fascismo, e quindi travolte nel suo disastro, non sono risorte, neppure come vaghe correnti di opinione, anche grazie alla linea cui si sono ispirate tutte le forze democratiche italiane.
Non è meno importante il fatto che, pur muovendo da posizioni diverse, tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della Costituzione, si siano via via riconosciute anche nei valori dell’europeismo democratico, liberati dalle distorsioni e dagli strumentalismi del periodo della guerra fredda; si siano riconosciute nel difficile sforzo di costruzione di un’Europa comunitaria realmente ancorata a principi di solidarietà, di progresso sociale, di cooperazione internazionale e di pace.
Che in questo sforzo si considerino pienamente impegnati tutta la sinistra e il movimento operaio – come dimostra la loro adesione senza riserve alla scelta dell’elezione diretta del Parlamento europeo – è un fatto che differenzia in non lieve misura la situazione italiana da quella inglese o francese. E’ un punto di forza per il nostro paese sul piano internazionale, un punto di forza che solo polemiche pretestuose ,ed irresponsabili possono oggi tendere ad oscurare.
Nello stesso tempo, non può non considerarsi una naturale manifestazione di vitalità democratica e di ricchezza politica e culturale la dialettica di posizioni che si esprime – nell’ambito di una comune scelta europeistica – tra diverse valutazioni dell’esperienza comunitaria e diverse concezioni dell’azione – da condurre in seno alla Comunità. La discussione attorno al progetto di sistema monetario europeo avrebbe dunque, onorevoli colleghi, potuto svolgersi in Italia in termini del tutto obiettivi. E così è stato, nel complesso, sino ad alcune settimane fa: nonostante le disparità di opinioni, si è discusso a lungo, e a più riprese, nel Parlamento e sulla stampa, tra i rappresentanti dei partiti di maggioranza ed il Governo, tra gli specialisti di ogni tendenza, all’interno del mondo economico e sindacale, entrando nel merito dei problemi, nel concreto delle proposte avanzate e delle loro implicazioni, della trattativa in corso e della linea da seguire in tale trattativa e dei risultati che via via si ottenevano.
Oggi, nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura. Su di esse tornerò più avanti. Mi limito ora a rilevare che queste forzature sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario.
Il Presidente del Consiglio ha dato atto, nel suo discorso di ieri mattina che né prima né dopo il vertitce di Bruxelles sono state fatte verso il sistema monetario di cui stiamo discutendo eccezioni mosse da riserve europeiste o da contrarietà alla creazione di un sistema monetario come tale. Non si può, invece, negare ,che le pressioni in senso opposto le la scelta conclusiva siano state viziate da schemi e da calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.
Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, signor Presidente, di ripartire dalla posizione assunta da noi comunisti di fronte al vertice di Brema, di fronte alle indicazioni scaturite nel luglio scorso da quella riunione dei capi di Governo della CEE. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio del processo di integrazione e di maggiore solidarietà, per far fronte ad una crisi di portata mondiale, per accelerare lo sviluppo delle economie europe e combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione. Non negamno l’esigenza di realizzare, a questo fine, anche una maggiore stabilità nei cambi, non esprimemmo alcuna pregiudiziale negativa nei confronti dell’idea di un nuovo sistema monetario europeo.
Ponemmo invece il problema della relazione tra uno sforzo inteso a conseguire una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e lo sforzo inteso ad avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei paesi della Comunità in funzione di obiettivi chiari di crescita, di riequilibrio, di progresso sociale. Ponemmo in questo senso il problema delle condizioni in cui il nuovo sistema monetario europeo avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale l’Italia avrebbe potuto aderire fiin dall’inizio.
E’ un fatto, signor Presidente del Consiglio, che quindi ci riconoscemmo nelle condizioni formulate dal Governo italiano e illustrate alla Camera dal ministro del tesoro nella seduta del 10 ottobre, e valutammo via via l’andamento del negoziato in rapporto a quelle condizioni. Su di esse sembrarono concordare tutti i partiti della maggioranza; ma mentre alcuni hanno poi finito per discostarsene nei loro giudizi, è ancora ad esse che noi ciriferiamo nel valutare le conclusioni raggiunte a Bruxelles e la decisione a cui ieri è pervenuto il Presidente del Consiglio.
Consideriamo non seria – mi si consenta di dirlo – la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di una attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea (e non sortire un effetto contrario), contribuire a una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico.
Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto – cito parole e concetti del ministro del tesoro e del governatore della Banca d’Italia – “Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale, sull’avvenire e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea e sulle condizioni dei singoli paesi”.
E come condizione perché il nuovo sistema risultasse realistico e duraturo si indicò uno sforzo volto a contemperare le esigenze di rigore che un sistema di cambi deve necessariamente avere con la realtà della Comunità, che presenta situazioni fortemente differenziate; e in modo particolare si sollecitò una flessibilità del sistema tale da accompagnare senza sussulti il cammino del rientro dell’Italia verso condizioni economiche generali e, più in particolare, verso condizioni di inflazione prossime a quelle dei paesi più forti.
Gli interessi della costruzione comunitaria e gli interessi dell’Italia si sono cioè presentati come strettamente intrecciati tra loro.
Ma, ciononostante, le condizioni poste da parte itaiiana sono state in notevole misura disattese, e i rischi paventati e indicati dai nostri negoziatori e da tanti osservatori obiettivi, da tanti studiosi ed esperti, rimangono sostanzialmente in piedi.
Ella, onorevole Andreotti, ha dato invece nel suo discorso di ieri un apprezzamento largamente positivo dei risultati ottenuti, e non ha parlato più dei rischi. Ma l’apprezzamento positivo, punto per punto, strideva, me lo consenta, con il suo stesso giudizio complessivo, secondo cui la riunione di Bruxelles ha solo in parte soddisfatto le aspettative, dando l’impressione che si dimensionassero sia la suggestiva cornice di Brema, sia taluni propositi di concreta solidarietà che erano apparsi realistici nella fase preparatoria.
Inoltre, mentre su alcuni punti è apparsa corretta la valorizzazione, che noi non contestiamo, dei risultati conseguiti (la possibilità per la lira di oscillare nella misura del 6 per cento anziché del 2,25 per cento; le disponibilità di quello che poi diventerà il Fondo monetario europeo; alcuni aspetti del funzionamento dei meccanismi di credito), nella sua esposizione, onorevole Andreotti, non sono stati però presentati nella loro effettiva e cruda realtà i punti più negativi delle conclusioni di Bruxelles.
Così, per quel che riguarda gli accordi di cambio in senso stretto, si è teso quasi a far credere che si sia ottenuta una equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento o, come si dice, una simmetria degli obblighi di intervento, tra paesi a moneta forte e paesi a moneta debole, in caso di allontanamento dai tassi di cambio iniziali e di avvicinamento al margine estremo di oscillazione consentito.
Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, quella sostituzione – che può apparire innocuamente bizantina dell’avverbio “eccezionalmente” con l’espressione “in presenza di circostanze speciali”, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità.
E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.
E ben strano, mi si consenta, che di questo rischio, così presente nelle dichiarazioni del rappresentante del Governo il 10 ottobre alla Camera e il 26 ottobre al Senato, non si parli più nel momento in cui si propone l’adesione immediata, alle attuali condizioni, dell’Italia al sistema monetario europeo.
Non voglio ripetere le considerazioni già svolte puntualmente dal collega Spaventa sui motivi che giustificano e impongono un particolare sforzo del nostro paese per conseguire un più alto tasso di crescita, e sul rischio che invece i vincoli del sistema monetario, quale è stato congegnato, producano effetti opposti.
Ma desidero sottolineare che nulla ci è stato detto per confutare analisi come quella citata dal collega Spaventa secondo cui, di fronte ad una tendenza alla rapida svalutazione della lira rispetto al marco, che discende dallo scarto attualmente così forte tra tasso di inflazione italiano e tedesco, le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive. Il rischio è comunque quello di dissipare i risultati conseguiti negli ultimi due anni in materia di attivo della bilancia dei pagamenti e delle riserve, quei risultati di cui anche il cancelliere Schmidt, con un giudizio politicamente significativo, ha nei giorni scorsi messo in luce il valore. Il rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.
Questi rischi erano tanto presenti al Governo e ai suoi rappresentanti nel negoziato per il sistema monetario che essi non solo avevano richiesto garanzie – in materia di accordi di cambio – ben più consistenti di quelle che si sono ottenute, ma avevano posto, come una delle condizioni non scambiabili con altre, quella del trasferimento di risorse e dalla revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle, economie meno prospere.
Si disse che andava così compensata la più rigida disciplina economica, comunque implicita nel sistema monetario, e che occorreva procedere simultaneamente nelle diverse direzioni.
Mi pare che si tentasse di evitare che quella che il Presidente dal Consiglio ha ieri definito <la suggestiva cornice di Brema>, restasse solo una cornice e per di più ridimensionata. Da questo punto di vista, le cose sono andate purtroppo nel modo più deludente – non è giusto nascondercelo – per i limiti posti sia all’ammontare dei nuovi prestiti disponibili per l’Italia e l’Irlanda, sia alla misura (non più dd 3 per cento) degli abbuoni di interesse, sia all’utilizzazione dei prestiti stessi, con l’esclusione di qualsiasi progetto per lo sviluppo industriale (per quel ci riguarda nel Mezzogiorno) e addirittura di qualsiasi progetto che alteri i termini della <<competitività di particolari industrie all’interno degli Stati membri >>.
Il problema non era per altro solo questo, ma quello del concreto avvio alla revisione e allo sviluppo di determinate politiche comunitarie; anche se ovviamente nessuno si illudeva che tale revisione potesse essere conclusa entro il 4 o il 5 dicembre. Ma contano, a questo proposito, i segni negativi che si sono avuti.
Il primo vi è stato con il rifiuto francese di aumento del fondo regionale; rifiuto che significa molte cose: negazione dell’autorità del Parlamento europeo; negazione, al limite, della necessità di una politica di riequilibrio nell’ambito della comunità, di cui il mezzogiorno d’Italia sia tra i principali beneficiari; tendenza, comunque, della Francia a sottrarsi ad un maggior impegno in questo senso.
L’altro segno negativo è costituito dal fatto che a Brema non si sia riusciti ad avviare seriamente alcun processo di revisione della politica agricola comunitaria; che non si sia preso in esame neppure il memorandum a questo scopo predisposto e preannunciato dal presidente della Commissione Jenkins. Non si sono nemmeno avuti chiarimenti esaurienti rispetto alle preoccupazioni esposte di recente nella Commissione agricoltura del Senato da esponenti di diversi gruppi, del partito repubblicano, della democrazia cristiana, e dallo stesso ministro dell’agricoltura, per quel che riguarda le ripercussioni di un’entrata immediata dell’Italia nello SME sul sistema dei prezzi agricoli, mentre non si sono definiti finora i correttivi di cui a questo proposito si è parlato, e le ipotesi pure ventilate di svalutazione della <lira verde> sollevano intanto seri interrogativi sugli effetti inflazionistici che ne potrebbero derivare.
Il tema della politica agricola comunitaria, onorevoli colleghi, è un tema centrale; e quando si compie il bilancio di questa politica, come di tutta l’esperienza comunitaria, non si deve indulgere a semplificazioni retoriche di stampo idilliaco.
Non si può parlare di politica agricola comunitaria solo per ricordarne il fine dichiarato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, e tacere sulle grandissime distorsioni che essa ha prodotto a beneficio dei paesi più ricchi a svantaggio di paesi come l’Italia, alla quale – se si calcola la differenza tra i prezzi dei prodotti CEE importati dall’Italia e quelli vigenti sul mercato internazionale – è stata addossata una tassa che da qualcuno viene calcolata (si tratta di calcoli probabilmente discutibili, ma non possediamo stime ufficiali) in 2 mila miliardi di lire.
Tornando, Signor Presidente, alle conclusioni raggiunte a Bruxelles, non c‘è dubbio che esse autorizzassero largamente la decisione, presa il 5 dicembre dal Presidente del Consiglio, non di aderire entro otto giorni, ma di riservarsi ancora sostanzialmente la scelta dell’adesione immediata e a tutti gli effetti oppure no.
E le valutazioni espresse nel merito dei risultati ottenuti dal ministro degli esteri e dal ministro del commercio con l’estero pubblicamente, dal ministro del tesoro in Parlamento, ed in sede tecnica dalla autorità monetaria (senza che questa per altro travalicasse i limiti della propria competenza ed invadesse il campo della autorità politica, senza che si prestasse a strumentalizzazioni né in un senso né nell’altro), queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse ad una dichiarazione di principio favorevole e alla partecipazione a talune delle operazioni previste dalla risoluzione di Bruxelles, e che escludesse l’accettazione dal 1° gennaio dei vincoli di cambio, del meccanismo del tasso di cambio, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna, con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.
Una scelta che infine esprimesse un impegno positivo e incisivo- dell’Italia per l’ulteriore confronto su tutti gli aspetti del nuovo sistema monetario e della politica complessiva di sviluppo della Comunità.
Perché non si è seguita questa strada ?
Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi di prudenza che venivano da diversi settori della maggioranza e dall’interno dello stesso Governo ?
Queste preoccupazioni nascevano anche dall’esigenza finora non sodisfatta di collocare la creazione di un’area di stabilità monetaria in Europa nel più vasto quadro – ne ha parlato il collega Spaventa di una ridefinizione dei rapporti con l’area del dollaro e di uno sforzo per giungere ad un nuovo ordine monetario internazionale e per contribuire ad una accelerazione, non ad un rallentamento, dello sviluppo economico mondiale.
Perché non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si è giunti ad una decisione precipitata ed arrischiata ? Onorevoli collleghi, su questo punto noi non possiamo ritenere che si sia fatta sufficiente chiarezza finora e ci si permetterà di contribuire alla ricerca di risposte sodisfacenti.
Parto dalle sollecitazioni e motivazioni davvero più nobili, quelle dei più ardenti fautori dell’unità europea, tra i quali il collega ed amico Altiero Spinelli. Questi amici si sono preoccupati di non contribuire, con una decisione di non ingresso immediato dell’Italia nello SME, a un parziale insuccesso di quello che appare il primo rilevante tentativo di rilancio del processo di integrazione europea dopo anni ed anni di involuzione e di crisi. Ma quello che non ci ha persuaso in tale motivazione è la tendenza ad attribuire ad un tentativo del genere, così come è concepito e congegnato, la virtù di mettere in moto una reale ripresa su basi nuove e solide dell’integrazione europea.
No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi ad una risoluzione, quella di Bruxelles, che assume i limiti ristretti della creazione di un meccanismo del tasso di cambio le cui caratteristiche rischiano per di più di creare gravi problemi ai partecipanti.
Naturalmente non sottovalutiamo la importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità e un fattore negativo per lo sviluppo del commercio intracomunitario (la crisi di questo commercio non può per altro essere ricondotta soltanto alle fluttuazioni nei cambi) è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali.
La verità è che forse – come si è scritto fuori d’Italia – si è finito per mettere il << carro >> di un accordo monetario davanti ai <<buoi>> di un accordo per le economie. Ed è invece proprio su questo terreno, oltre che su quello della revisione del meccanismo dei cambi in quanto tale, che occorreva continuare a premere, a discutere, a negoziare.
Ma – ci si chiede – come: stando dentro o stando fuori?
Francamente di fronte ad una domanda di questo genere noi sentiamo il bisogno di osservare – e mi scuso per l’ovvietà – che il 5 dicembre non si è creata a Bruxelles una nuova Comunità europea al posto della vecchia.
Noi continuiamo, evidentemente, qualunque sia la decisione relativa allo SME, a stare dentro tutte le istituzioni e le sedi di confronto comunitarie; possiamo anche partecipare, pur non aderendo nell’immediato al sistema monetario, a consultazioni specificamente previste dalla risoluzione di Bruxelles in materia di politiche monetarie.
Il documento approvato il 5 dicembre – e questo è un suo aspetto indubbiamente positivo – non scava alcun solco fra chi aderisce subito e chi si riserva di aderire successivamente; né credo che il nostro  ingresso immediato avrebbe avuto un effetto traumatico, quasi che dipendesse da ciB che lo SME nascesse, come ha detto ieri l’onorevole Andreotti, a sei invece che ad otto e mezzo (tanto per restare nel gergo monetario, non riesco a capire quale unità di conto abbia adoperato l’onorevole Andreotti per attribuire un peso del due e mezzo all’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario).
E nostra convinzione che avremmo potuto esercitare una maggiore forza contrattuale mantenendo la nostra riserva, la nostra posizione di non ingresso immediato.
Onorevoli colleghi, in quest’aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto)delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci negli ultimi giorni da governi amici; sembra anche che esse abbiano avuto un notevole peso nella scelta finale del Governo.
Per la verità voglio ricordare che anche qualche altra volta abbiamo ricevuto telegrammi. Ricevemmo – non è vero, ministro Marcora? – un telegramma pieno di assicurazioni dal cancelliere Schmidt anche nel maggio scorso, per invitarci a sciogliere la riserva sul negoziato per i prezzi agricoli e sul << pacchetto >> mediterraneo.
Quale seguito han. no avuto quelle assicurazioni telegrafiche ?
Anche in questa occasione più dei messaggi a fuochi spenti sarebbe valso l’accoglimento concreto di determinate istanze e proposte.
Queste sollecitazioni, comunque, confermano l’esistenza di un reale e forte interesse degli altri paesi membri della Comunità ad avere l’Italia al più presto presente nel sistema monetario. Si sarebbe, dunque, potuto far leva su questo interesse, non dando la adesione immediata allo SME, per portare avanti un serio negoziato, utilizzando le stesse scadenze previste dalla risoluzione di Bruxelles, in particolare la scadenza della revisione di determinate misure dopo sei mesi, nonché altre occasioni e scadenze, soprattutto quella della annuale trattativa di marzo sui prezzi agricoli, che va trasformata in un ben più ampio ed impegnativo negoziato sulla politica agricola nel suo complesso, partendo da proposte già elaborate in Italia dai partiti, dal Parlamento e dal Governo, per le modifiche da realizzare sia nell’immediato, sia nel medio periodo.
Si tratta, in definitiva, di muoversi in modo conseguente per una trasformazione della Comunità – a cui ci auguriamo possa contribuire anche quell’importante, primo elemento di democratizzazione che è costituito dall’elezione diretta del Parlamento europeo – che punti all’affermarsi di un nuovo modo di guardare allo sviluppo dell’economia europea, non concependo più – siamo d’accordo su questo punto fondamentale con il collega Spinelli – questo sviluppo come consolidamento delle economie più forti e come ulteriore elevamento del livello di benessere nei paesi più ricchi, ma come impegno di espansione verso le regioni più arretrate della stessa Comunità e verso i paesi di quello che veniva definito terzo mondo.
Ma se ci si vuole, onorevoli colleghi, confrontare con questi che sono i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, del ritmo e della qualità dello sviluppo, bisogna sbarazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera dando ben altra organicità, forza e coerenza alla presenza dell’Italia nella Comunità.
Sappiamo che passa qui una linea discriminante fra diversi modi di concepire e di praticare l’impegno europeista, ma sappiamo anche che su questo punto esistono posizioni convergenti fra diversi partiti; in primo luogo, come hanno dimostrato le vicende di queste settimane e questo dibattito, tra il partito comunista ed il partito socialista, ma non salo tra essi.
Nella nostra visione – desidero ribadirlo – tutela degli interessi nazionali e impegno per il rilancio dell’integrazione europea fanno tutt’uno.
Nessuno di noi ha commentato il vertice di Bruxelles ponendo i problemi come li ha posti il primo ministro Callaghan ai Comuni, senza essere per questo accusato di golpismo.
“La semplice verità” – ha dichiarato Callaghan – “è che noi a Bruxelles abbiamo valutato i nostri interessi nazionali esattamente come altri paesi hanno valutato i loro”.
Noi non poniamo i problemi in questi termini, proprio perché siamo convinti che l’interesse ,del nostro paese, e specificamente l’interesse del nostro Mezzogiorno, coincida con la causa di uno sviluppo della Comunità su base di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche e in direzione delle regioni più arretrate. Ma quella che non possiamo accettare è una posizione di rinunci a battersi per la trasformazione della Comunità e ‘dei suoi indirizzi, di sfiducia radicale nel ruolo ,del nostro paese e di utilizzazione strumentale dei nostri impegni comunitari a fini interni, quali che siano.
Da parte di alcuni esponenti del partito repubblicano si è giunti a sostenere che << l’Italia non dovesse scegliere in questi giorni se appartenere o meno ad un meccanismo valutario o ad un’area di stabilità dei cambi, ma se recidere >> – dico recidere – << o meno i suoi legami con i paesi dell’Europa occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico.
Ma questa è una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo, che non poggia su alcun argomento razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed esasperata della scelta che era davanti al nostro paese.
Si è giunti anche a dire che, d’altra parte, noi saremmo nell’imbarazzo, perché l’europeismo dei comunisti deve ancora tradursi in atti pratici.
Ma atti pratici, contributi pratici sul terreno europeistico ne abbiamo dati assai più di altri, in dieci anni di lavoro altamente qualificato nel Parlamento europeo, che qualunque osservatore obiettivo ha riconosciuto ed apprezzato.
Al di là di ciò già un mese fa non è mancata in qualche discorso da me personalmente ascoltato l’affermazione che il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici della crisi attuale fosse il vincolo esterno di un rigoroso meccanlsmo di cambio.
Chi sostiente questo fa un grave torto a tutte le forze democratiche italiane dimenticando prove come quella dell’autunno 1976, quando, di fronte ad una drammatica caduta della lira i partiti dell’attuale maggioranza, i partiti democratici, con la collaborazione delle forze sociali, con la collaborazione del movimento sindacale, seppero assumere impegni severi, che valsero ad evitare il peggio e permisero di conseguire quei risultati, per quanto parziali, su cui oggi possiamo fare affidamento per fronteggiare le difficoltà che ci stanno davanti.
Noi non attenuiamo minimamente – ella lo sa, onorevole Ugo La Malfa, ma io tengo a ribadirlo – il nostro giudizio sulla persistente e per certi aspetti crescente gravità degli squilibri di fondo che minano lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. Noi non ci nascondiamo l’acutezza di problemi come quelli della produttività, del costo del lavoro, della competitività.
Concordo con le considerazioni che sono state svolte a questo proposito da altri colleghi. Non può reggere a lungo – è questa la nostra persuasione – una << via italiana >> alla competitività, basata su una svalutazione strisciante, su un alto tasso di inflazione, sull’economia sommersa e sul lavoro nero.
E – voglio aggiungere – non ci nascondiamo le difficoltà che incontra lo sforzo per trovare consensi nelle parti sociali attorno a comportamenti coerenti con le esigenze del rilancio degli investimenti, di sviluppo del Mezzogiorno e dell’occupazione e, insieme, di lotta all’inflazione.
Ma queste difficoltà non vengono solo dall’interno del movimento sindacale e lì, comunque, siamo noi che con più chiarezza e coraggio reagiamo a posizioni che consideriamo sbagliate. La si smetta, però, onorevoli colleghi, di guardare da una parte sola, senza vedere le responsabilità che altre forze si stanno assumendo (parlo di forze imprenditoriali) con i loro atteggiamenti negativi nei confronti di ogni prospettiva di programmazione e nei confronti proprio delle più qualificate proposte del movimento sindacale.
Comunque, proprio per rispondere a queste  difficoltà fu concepito il << documento Pandolfi>>  e si assunse l’impegno del piano triennale il cui obbiettivo – non si dimentichi – deve essere la riduzione graduale del tasso di inflazione ma, insieme, il rilancio degli investimenti e della occupazione, in un contesto di rinnovata solidarietà europea.
E’ sul piano triennale che si deve realizzare il necessario severo confronto fra tutte le parti investite di responsabilità nella vita politica, economica e sociale.
Ma in quale rapporto con questo impegno così importante andava posta la questione dell’ingresso immediato o meno dell’Italia nel sistema monetario europeo ?
Condividiamo l’opinione che è stata espressa, secondo cui il confronto sul piano triennale previsto per le prossime settimane andava assunto come la necessaria preparazione ad una entrata credibile dell’Italia nel nuovo sistema, piuttosto che come insostenibile conseguenza di una entrata prematura.
Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio – eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze dell’attuale maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario, non meno di quelli che hanno spinto determinate componenti della democrazia cristiana a premere per l’ingresso immediato dell’Italia nello SME in funzione di meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente ma non senza aver prodotto il danno di una irresponsabile mescolanza tra fatti di corrente e di partito e scelte altamente impegnative, sul piano internazionale e sul piano interno, per il nostro paese.
Noi attendiamo, onorevoli colleghi, le risposte del Governo – dando già ora ed essendo pronti a dare il nostro contributo costruttivo – sui problemi aperti acutamente e posti con forza dal movimento sindacale per Napoli, la Calabria ed il Mezzogiorno, problemi ormai non più prorogabili, sui temi di una politica di seria lotta all’inflazione ed alla disoccupazione sui contenuti e gli strumenti del piano triennale per la finanza pubblica e per la economia che dovrà essere presentato entro il 31 dicembre.
Anche in questo momento difficile, che vede una divisione non certo irrilevante in seno alla maggioranza, il nostro obbiettivo, la nostra scelta non è una crisi di Governo, ma il superamento delle debolezze e delle ambiguità che hanno finora caratterizzato l’azione di Governo, il rilancio della solidarietà tra i partiti della maggioranza per superare l’emergenza, per risanare l’economia italiana rinnovandola nelle sue strutture, per risanare la finanza pubblica attraverso una pratica di effettivo rigore in tutte le direzioni e garantendo una effettiva giustizia – dalla quale si continua a restare molto lontani – nella ripartizione dei sacrifici.
Dicevo all’inizio, onorevole Andreotti, che condividiamo oggi un dibattito difficile; ma nella vita di un’ampia maggioranza come quella che oggi sorregge il Governo vi sono momenti in cui si impongono la chiarezza delle rispettive posizioni e la distinzione delle responsabilità.
Questa distinzione, onorevole Presidente del Consiglio, noi non l’abbiamo ricercata. Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere.
Ci auguriamo che le prossime scadenze vedano una seria ripresa dell’impegno comune dei partiti dell’attuale maggioranza a fare uscire il paese dalla crisi.
Ci guida comunque la serena coscienza di aver operato lealmente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa

(Vivi applausi dell’estrema sinistra – congratulazioni).

La contrarietà di Napolitano all’epoca non era per l’unione Europea in se ma, la critica espressa era economico distributiva che, a causa del vincolo esterno all’epoca lo SME e la virtualizzazione successiva della Lira in ECU, avrebbe costretto il paese a pesanti riforme salariali (mai fatte fino ad oggi) per la sostenibilità de cambi fissi. Nella migliore delle ipotesi la vecchiaia gli ha fatto perdere lucidità, nella peggiore( e più probabile secondo me) mente sapendo di mentire.   

....”la questione del regime del divieto di aiuti di Stato, unita a quella della disfunzionalità in radice dei fondi perequativi intra-UE, se non altro come volume realistico, a svolgere il ruolo di  effettivi "trasferimenti",era dunque già emersa prepotentemente”....
http://orizzonte48.blogspot.it/2014/01/le-contromosse-dellordoliberismo-2-il.html?m=1  Vi rimando al blog orizzonte48 del Presidente Luciano Barra Caracciolo